Lev Manovich 5 questions about digital culture.
Vito Campanelli e Danilo Capasso stanno lavorando ad un nuovo libro, incentrato sulla percezione della cultura digitale. Il cuore di tale pubblicazione saranno le risposte a 5 domande sulla cultura digitale che ha pensato per noi, il teorico dei nuovi media, Lev manovich.
Durante gli utlimi cinque mesi abbiamo ricevuto tanti contributi ed alla fine ne abbiamo selezionato 50 che saranno pubblicati sul libro (di prossima uscita) dal titolo: "Le cinque domande di Lev Manovich sulla cultura digitale".
Vito Campanelli and Danilo Capasso are working to a new book, focused on the perception of the digital culture. The core of this pubblication will be the answers to 5 questions about the digital culture that, the new media theorist, Lev Manovich has thought for us.
During the last five months we have collected many contributes and finally we have selected 50 of them, to be published on the nextcoming book: "Lev Manovich five questions about the digital culture".
LE DOMANDE:

1. Viviamo nella cultura del “remix”. E’ giusto porre limiti a questa cultura?
2. Negli ultimi anni il lavoro sulla visualizzazione delle informazioni è diventato sempre più popolare e ha attratto l’interesse dei più talentuosi artisti e designers. E’ possibile che questo mezzo si diffonda come la stampa e la fotografia, o resterà sempre dominio dei professionisti?
3. Il cinema e la letteratura continuano il progetto moderno di rappresentare la psicologia e la soggettività umana, mentre il mondo dell’arte contemporanea non sembra troppo interessata a questo progetto. Come possiamo usare i media digitali per rappresentare la soggettività contemporanea in modi nuovi? Abbiamo veramente bisogno di farlo?
4. 'Blobs' in architettura e design, si tratta del nuovo stile internazionale della società dell’informazione o è piuttosto un particolare effetto creato da architetti e designer attraverso l’utilizzo di applicazioni software?
5. Mentre i tools per l’auto-produzione di media sono diventati sempre più accessibili e potenti, il consumo di media commerciali non è mai stato così diffuso, dunque la spaccatura tra “media amateurs” e “media professionals” sembra non essere mai stata così forte e ciò dimostra, ancora una volta, come sia fallita l’idea diffusasi negli anni Sessanta secondo cui le tecnologie avrebbero trasformato i consumatori in produttori. Cambierà mai lo stato delle cose? Come cambierà il consumo dei media in seguito alla diffusione di strumenti come i lettori MP3 ed i masterizzatori DVD?
THE QUESTIONS:

1. We live in 'remix' culture. Are there limits to remixing? Can anything be remixed with anything? Shall there be an ethics of remixing?
2. In the last few years information visualization became increasingly popular and it attracted the energy of some of the most talented new media artists and designers. Will it ever become as widely used as type or photography, or will it always remain a tool used by professionals?
3. Today cinema and literature continue the modern project or rendering human psychology and subjectivity, while fine art seems to be not too concerned with this project. How can we use new media to represent contemporary subjectivity in new ways? Do we need to do it?
4. 'Blobs' in architecture and design - is this a new 'international style' of software society, here to stay, or only a particular effect of architects and designers starting to use software?
5. While the tools to produce one own media have been more accessible and more powerful, people never consumed more commercial media than now. Thus the essential division between 'media amateurs' and 'media professionals' which got established in the beginning seems to be as strong as ever. In short, the 1960s idea that new technologies will turn consumers into producers failed over and over again. Will this situation ever change? What will be the next stage in media consumption after MP3 players, DVD recorders, CD burners, etc, etc, etc.?
Tra le rispsoste pervenute abbiamo scelto le seguenti 50:
The selected 50 questions are:

Ivanmaria Vele - Marco Cadioli - Domenico Quaranta - Monica Ponzini - Enrico Montemaggi - Daniele Cascone- MANIK- Alexis Turner - G$ - Francesco De Sio Lazzari - Genco Gulan - Pete Hindle - Nicoletta Ostuni - Emanuela Zilio - Gigiotto Del Vecchio - Luigi Pagliarini - Andrea Mi - Mike Faulkner - Geert Lovink - Esha Romain - Golan Levin - Paolo Pedercini - Angelo Rindone - Piero Golia - Chiara Passa - Rafaël Rozendaal - Diana Marrone - Carlo Prati - Peter Luining - Carlo Formenti - Angelo Plessas - Andreas Angelidakis - Tommaso Tozzi - Tatiana Bazzichelli - Patrick Lichty - Judson - Wilfried Agricola de Cologne - Shaun Wilson - Nadja Kutz - Massimo Torrigiani - Francesca Colasante - Luigi Sauro - Miltos Manetas - Cornelia Sollfrank - Andrea Benedetti - Marcello Bellan - Tiziana Terranova - Marcella Daniele - Stavros Bouras
Ivanmaria Vele

1. Remix nothing destroy everything. Fuck ethics. There is always going to be transformation. Everything flows. Indeed.
2. I really think we are in the age of angels/machines as Miltos Manetas would have said.
I am sure these new technologies will be used by more and more artists and they will be part of an universal standard.
3. We are here and there and elsewhere and so we are passionate beings as we have always been. new media are just adding an extra layer of communication.
4. Again it's about communication and layers. Each one of us can spread an infinitive number of thruths. The new software is exciting for the users but how boring that can be for the receiver? I mean we just have one life to live, isn't it? Or shall we dedicate to read to other people's blobs?
5. I am not sure there is such a clear cut divide between commercial media and amatorial productions. There is probably a technical difference but if a story can stand up it doesn't necesarilly need specific high tech tools to be narrated. I have experienced storytelling at a very minimal production cost which was by far more convincing then TV Films and Promos. Creativity makes it different.

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Marco Cadioli

1. Vorrei rispondere alle domande di Manovich partendo dall’idea, a me cara, che costruire i new media si sta rivelando un processo molto più ampio dell’invenzione di un medium con un proprio linguaggio. E’ la costruzione di un mondo altro, all’interno del quale ridefiniamo un’estetica ed un’etica, dei processi, delle relazioni. Molte delle tematiche affrontate dalla digital culture assumono un senso diverso se contestualizzate all’interno di questa consapevolezza.
Il mondo reale, quello della natura, lo abbiamo trovato già pronto e stiamo studiando da qualche millennio come diavolo funziona, cerchiamo nel micro, nel macro, formuliamo ipotesi e scopriamo leggi.
Il mondo digitale invece la stiamo costruendo da zero, da zero e uno direi, e ne conosciamo ogni minimo funzionamento perchè lo abbiamo inventato noi. Il digitale porta con se una sua logica legata al software che ne è alla base e gli spazi creati hanno un proprio modo di funzionare ed una serie di leggi alle quali sottostare, anche se in continua trasformazione. Il modo stesso di costruire ogni new media object porta con se la modularità e la ricombinazione possibile degli elementi così il mondo che si va costruendo usa come mattoni di base altri pezzi di quel mondo stesso, li rimixa, li riassembla. Immagini fisse e in movimento, testi, suoni, scripts, modelli 3d, textures, icone, menù, pezzi di codice, sono gli elementi di partenza che si ricombinano per formare il mondo che ci appare on line e tutti i suoi contenuti. Tutto è rimixato con tutto, più volte, morendo e rinascendo, stratificandosi come è avvenuto nel passaggio delle ere geologiche. Il remix non è solo una scelta estetica o di linguaggio, è alla base della natura stessa di questo mondo.
2. La visualizzazione delle informazioni è la chiave per l’accesso ai data base e le interfacce sui data base definiscono il paesaggio stesso della rete perchè danno forma ai dati, trasformano le informazioni in forme percepibili dall’uomo, creano spazi e nuovi oggetti manipolabili non solo e non più in senso metaforico. Il loro uso si sta diffondendo, molti lavori di net art presentati nell’exibition di Sintesi sono formidabili esempi di come la visualizzazione di data base e la possibilità di manipolazione offerta diventino potenti strumenti di conoscenza e quindi di presa di coscienza come per “They Rule”. Sono rappresentazioni proprie di dati digitali, più vicine all’oggetto trattato di quanto possano esserlo stampa e fotografia, e l’esperienza di manipolare questi dati sarà sempre più sensoriale.
3. Nei primi anni di vita dei new media si è riflettuto molto sul mezzo stesso e le opere di net art sono state spesso autoreferenziali, incentrate sui meccanismi stessi della comunicazione e dei media, didattiche nello smascherare il funzionamento e le implicazioni delle scelte che si stanno facendo per costruire la Rete. Ma da subito è stato centrale il tema della connessione tra i soggetti e della rete di scambi che ne scaturisce. I new media non si limitano a rappresentare una soggettività ma creano occasioni per vivere ed esprimere una soggettività contemporanea nei luoghi di incontro e dibattito.
Accade adesso, qui.
4. É curioso come sembrino essere più spiazzanti certi progetti pensati come opere architettoniche per il mondo reale rispetto ad una standardizzazione iper razionale degli spazi della rete. Architetti e designer tornano a pensare lo spazio manipolando e trasformando direttamente le forme e le superfici liberamente, senza vincoli se non quelli imposti dai materiali, e ne esce un’estetica nuova. La Rete invece, soprattutto nei luoghi più commerciali e istituzionali, resta spesso legata ai modelli dei media precedenti e continua a cerca lì le sue forme di comunicazione e di progetto piuttosto che studiare e accogliere le riflessioni e le evoluzioni dei linguaggi già esplorate dall’avanguardia artistica.
La spinta di un “international style” in architettura così legato al pensiero digitale può e deve contribuire alla qualità estetica degli spazi di dati come luoghi collettivi della Net society.
5. Il rapporto tra fruizione lineare e ipertestuale rimane complesso, lontano dalle aspettative più radicali dei primi tempi e anche i media interattivi propongono sostanzialmente contenuti con una bassa possibilità autoriale e partecipativa per il fruitore. Ma al di là delle possibilità di interazione con le opere e gli ipertesti i tools per creare il proprio media trasformano i consumatori in architetti in grado di contributi personali che definiscono la propria presenza in rete, di aggregazioni spontanee, di forme di espressione autonome in cui il piano amatoriale e professionale si sfuma, dove la scrittura collettiva è una realtà e in cui l’evoluzione dei linguaggi usati e il remix dei saperi è in continuo divenire.

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Domenico Quaranta

1. Non credo che ci siano, né che ci debbano essere, dei limiti al remixaggio che non siano quelli, superabili, imposti dalle ancora imperfette tecnologie utilizzate. E non credo ci debba essere un’etica del remixaggio, perché non credo che l’etica debba interferire in alcun modo con la nostra libertà di appropriarci – nel senso letterale di “fare proprio” – di qualsiasi artefatto cultu(r)ale. Quello che ha scritto Guy Debord nel 1956 è ancora valido: “Ogni elemento, non importa la provenienza, può servire a creare nuove combinazioni... Tutto può servire”.
Imporre dei limiti al remixaggio vorrebbe dire imporre dei limiti al pensiero.
Piuttosto, sono convinto che il missaggio – termine a cui preferisco quello, proposto da Bourriaud, di postproduzione – abbia bisogno di sviluppare una propria estetica.
2. Preferisco leggere il presente che prevedere il futuro, e il presente mi sembra dimostrare che i media digitali sono già, potenzialmente, nelle mani di tutti. Se è vero che esiste un livello alto di conoscenza del mezzo che è – e resterà a lungo – prerogativa di pochi esperti (come del resto per tutti i media), la maggior parte dei software richiedono un tempo di apprendimento inferiore a quello che serve per imparare a fare buone fotografie, o a girare dei video decenti. Sicuramente, molto dipenderà dalla capacità dei media digitali di farsi catalizzatori di immaginario, di andare incontro a certe esigenze e di creare le forme più adatte per determinati contenuti.
Nel frattempo, se l’utilizzo artistico dei media digitali resta ancora minoritario, stiamo assistendo a una estensione sempre maggiore, nell’arte contemporanea, delle pratiche, delle estetiche e delle forme da essi introdotte. Proprio come la fotografia, stanno cambiando la storia dell’arte ancora prima di entrare a farne parte. Il che induce a ben sperare...
3. Pur con le loro caratteristiche specifiche, le loro estetiche e i loro limiti, i nuovi media sono solo uno strumento, che come tale può essere impiegato tanto per proseguire del progetto moderno di resa della psicologia e della soggettività umana (o meglio per rispondere a un’esigenza ancora più profonda, quella di raccontare storie) quanto per sviluppare un discorso più sperimentale, metalinguistico e concettuale come può essere quello dell’arte. Sono convinto che abbiamo bisogno di entrambe le cose, e che a entrambe i nuovi media possano offrire nuove possibilità e nuove forme. Quali siano queste forme non lo so, ma credo che gli artisti, dalle prime narrative ipertestuali (Olia Lialina) ai flash movie di Han Hoogerbrugge, fino all’attesa fiaba-videogame di entropy8zuper, possano fornirci interessanti suggestioni al riguardo.
4. Il rischio di ogni nuovo strumento, si sa, è quello di generare un’infatuazione in grado di sviare l’attenzione di chi se ne serve dalle sue reali necessità. Esiste un uso infantile e un uso maturo del mezzo, e ho pochi dubbi che molti esiti bizzarri dell’architettura e del design nascano dalla prima condizione. Penso soprattutto a certi risultati dell’architettura generativa, ai parti mostruosi – fortunatamente rimasti quasi tutti allo stadio progettuale - di architetti che, di fronte all’alto livello di automazione del software e alle eccezionali qualità di ciò che produce sembrano perdere di vista ogni considerazione di carattere utilitario, estetico o urbanistico. Detto questo, è chiaro che architettura e design devono prendere atto della trasformazione dello spazio e del nuovo statuto dell’oggetto nella società dell’informazione, e agire di conseguenza.
5. Il fallimento delle utopie degli anni Sessanta ricorda un po’ quello della Rivoluzione Francese: certo seguiranno Robespierre e Napoleone, ma intanto nuovi valori sono emersi, nuovi ideali sono stati proclamati. Senz’altro non è nell’interesse dei produttori di contenuti perdere il controllo su di essi, e le stesse autorità politiche non vedono certo di buon occhio un uso consapevole e attivo dei media. Ma le utopie degli anni Sessanta erano nella mente di chi ha creato i nuovi media, e sono inscritte nel loro codice genetico. Si tratta di coltivare questi geni prima che vadano persi del tutto, e le controculture ci stanno provando.
Da un altro punto di vista, non credo che la condizione del consumatore sia poi così negativa. Si parlava all’inizio di remixaggio, una pratica diffusa che presuppone un consumatore attivo e consapevole. Bourriaud dice che “il consumatore estatico degli anni Ottanta sta scomparendo a favore di un consumatore intelligente e potenzialmente sovversivo: l’utilizzatore di forme”. Può darsi che si tratti di una condizione minoritaria, ma non è detto che lo resterà per sempre. Molto dipenderà certamente dalla sua uscita da un ambito antagonista, dal suo diventare “pop”: un processo avviato con successo dalla cultura deejay, che lascia ben sperare.

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Monica Ponzini

1. Remixare (mescolare, meticciare, ibridare) porta ad evolversi in nuove forme. Non penso ci debbano essere limiti in tal senso: la storia (non solo delle arti e della cultura in generale) procede grazie a questo… Non credo ci possa essere un’etica del remix, dato che il fenomeno è per sua natura dinamico, sfuggente, imprevedibile.
2. In ogni processo culturale c’è un’elite che detiene conoscenze più approfondite rispetto alla massa. Eppure, oggi più che mai la tecnologia digitale è diffusa ad ogni livello e “la massa” ha accesso sempre più libero e incontrollato a informazioni, dati, programmi. Le potenzialità per una diffusione capillare ci sono – ma una volta diventato popolare, in che cosa si trasformerà?
3. L’arte, come la letteratura e il cinema, è l’incontro di due soggettività (l’autore e il fruitore), all’interno di un sistema di riferimenti dati dal momento storico e dalla società in cui sono vissuti/vivono. Vedo differenze nelle modalità di rappresentazione, ma non nel fine. Oltre che la rappresentazione della soggettività, penso che i nuovi media possano segnare una svolta nella fruizione, nell’interazione tra le soggettività, per creare un’esperienza e un prodotto artistico ancora tutto da definire.
4. Ho poca considerazione della maggior parte degli architetti e designers, professionisti con una strana propensione a piegare lo spazio secondo le proprie utopie. Le possibilità date dai software sembrano aver acuito questa devastante tendenza. Del resto, i media digitali hanno cambiato il nostro modo di percepire lo spazio e la realtà: perchè dovevano restarne esenti i progettisti dello spazio per eccellenza?
5. Come sopra, rimarrà sempre una differenza di base tra i “professional” e gli “amateurs”. Eppure questi ultimi sono spesso molto consapevoli, comunicano liberamente con (tanti) altri come loro e, seppure non siano veri e propri producers, utilizzano e customizzano i prodotti, non li “consumano” solamente.

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Enrico Montemaggi

1. L’umanità è sempre vissuta in una cultura che si otteneva per il rimescolamento di ogni forma della conoscenza e dell’espressione. Ogni artista ha tratto ispirazione da ogni espressione e rappresentazione dell’arte, inoltre, con le sue opere, spesso richieste da un committente, doveva tradurre nella materia quei racconti e quella memoria che si voleva restassero come traccia di una esistenza che altrimenti sarebbe scomparsa. Una sorta di desiderio atavico di creare un supporto mnemonico duraturo che permettesse di leggere la propria storia, nelle forme permesse dalle scoperte che l’arte poteva utilizzare, dalla scrittura alla scultura. Quasi un frattale del nostro essere senziente che si sviluppa a partire da noi stessi e si espande nell’universo, attraverso le opere ed il loro contenuto metabolico, costituito dal linguaggio che ne permette la comprensione.
2. I professionisti sono coloro che dedicano la vita ad una certa forma di espressione, sono anche quelli che creano lo sviluppo dell’arte dietro il quale poi nascono gli utensili stessi idonei alla rappresentazione.Sempre vi sono stati individui che colpiti dalle forme di espressione artistica ne hanno fatto una personale attività privata. I professionisti operano invece per il pubblico, sono perciò individui che hanno scelto per necessità artistica o vitale di produrre cultura o comunicazione, e nel nostro mondo contemporaneo la rappresentazione visuale è diventata immagine digitale o proiettata, riassuntiva dei messaggi che sono capaci di traslitterare ancorché trasmettere emozioni. Il fatto che la fotografia o la ripresa di filmati siano così diffusi allargano in questo campo l’alfabetizzazione di larghi strati di popolazione, che non vengono solo colpiti dal messaggio emotivo, ma che ne comprendono anche i meccanismi di costruzione e spesso anche le finalità espressive. Nell’ideazione delle linee dei nuovi prodotti si osserva un procedere dello sviluppo basato anch’esso su un processo di espansione delle nostre capacità riproduttive. Nel progetto vi è una qualche forma di traccia genetica che si modifica per ragioni talvolta funzionali e tal’altre estetiche, in un’armonizzazione del prodotto stesso alla funzione che gli viene assegnata. Per compiere uno sviluppo intenso e continuo è necessaria proprio l’azione di un professionista, di un individuo che ha scelto di operare nel pubblico quel rimescolamento di esperienze, che sole possono portare a quegli sviluppi in parte casuali, in parte voluti per le nuove utilità e le nuove forme. Nel privato, restringendosi il campo dell’esperienza, può di certo nascere qualche singolarità, e così è stato nel passato, ma è nell’azione incessante del professionista che opera nella sfera pubblica che si manifestano quei progressi mutevoli della forma che per alcuni precede la conoscenza e che per altri la segue, divenendone col tempo espressione della cultura e della consuetudine.
3. Occorre considerare cinema e letteratura tra le belle arti, in fondo la letteratura lo è sempre stata, ed il cinema nasce dalla commedia, che nella forma del supporto di base è letteratura. Le narrazioni hanno sempre avuto la finalità di diffondere una qualche forma di conoscenza, e le narrazioni hanno sempre avuto la necessità di una memoria che permettesse loro di conservarsi nel tempo delle generazioni e per poter essere riprodotte. Dall’oralità, alla scrittura, alle sculture, ai supporti magnetici o ottici e chissà quali altri ancora lo scopo è sempre stato quello di conservare la memoria per trasmetterla con la tecnologia del narratore e spesso dell’artista. Vi sono eventi che ad ogni sobbalzo dell’emozione costruiscono pezzetti della psiche in ciascuno di noi, per l’artista diventano la materia prima della narrazione, e la narrazione è la premessa per ogni nuova forma sonora e visuale del racconto soggettivo che, quando vi sia naturale sintonia, può così espandersi verso la costruzione dell’umana psicologia.
4. Più che attraverso il Blobs lo stile umano si trasmette attraverso una espansione frattale, solo se il blob viene inteso come un frattale possibile, allora può essere vero che questa società informatica si stia sviluppando nel caos, secondo schemi che sono capaci di coagularsi attorno ad idee guida che segnano i nuovi percorsi della speranza. L’arte ormai si manifesta anche nelle forme esteriori (estetiche) di tutto ciò che traccia il modello e l’essenza della nostra società, che diventa di consumo proprio per poter continuare a vivere, senza necessariamente tentare di sopravvivere a se stessa, poiché ciò sarebbe comunque individualmente impossibile. Il software costruisce il libro genetico del nostro essere homo faber. Se osservate lo sviluppo della forma in prodotti di largo consumo quali ad esempio le automobili che hanno raggiunto insieme agli elettrodomestici, gli apparecchi visuali, il più elevato livello di sviluppo, tutta la storia del loro processo progettativi e produttivo è ormai scritta nei computer aziendali che sono i depositari multipotenziali delle capacità riproduttive di quei beni, sia come cloni di un unico prototipo, che può essere curato per correggerne i difetti, o come nuove generazioni che conservano una maggioranza di geni preesistenti, ma che si innovano proprio per la trasmissione della espansione della conoscenza, dell’espressività dell’arte, in una parola, per i nuovi bisogni fisiologici ed espressivi che nascono nel committente che sempre più spesso oggi viene chiamato o si identifica col cliente.
5. Ogni perfezionamento dell’esistente non rappresenterà una vera novità, ma solo il miglioramento continuo di un processo vitale legato al suo proprio consumismo, orientato all’area privata di ogni singolo individuo. La penuria di cinema o televisioni, all’esordio di quei mezzi, obbligava la gente ad uscire dal privato verso la sfera pubblica, la sola che poteva offrire quel genere di intrattenimenti. Ma la spinta alla fruizione privata delle proprie emozioni, come sfera riservata del proprio essere, viene molto favorita dal basso costo e dall’alta diffusione di mezzi personali di memorizzazione o di rappresentazione della realtà. I media professionali devono tenere conto di questa realtà. Tutto ciò che può essere prodotto con facilità e a basso costo finisce nella fruizione privata, tutto ciò che può essere prodotto con costi elevati e con prestazioni artistiche dirette, non può che avere bisogno di grandi spazi pubblici. Una autentica novità sarà la scoperta e la diffusione di sistemi tridimensionali e virtuali delle rappresentazioni, non solo artistiche, ma anche industriali. Quando si sarà capaci di far corrispondere ad ogni punto dello spazio una emissione luminosa che ne dia la rappresentazione, si sarà anche in grado, successivamente, di sostituire a quel punto la materia e saremo definitivamente precipitati nel mondo di Matrix.

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Daniele Cascone

1. E' così da sempre. Il fatto che oggi ci sia molto più rimescolemanto rispetto al passato è dato dal fatto che siamo connessi in maniera più facile e diretta con il resto del mondo. TV, stampa, radio e Internet ci permettono di accedere ad altre culture e farle diventare nostre. E l'uomo, come ha fatto da sempre, assorbe e rielabora, evolvendosi in continuazione.
Quello che forse può stupire oggi è la VELOCITA' con cui ciò avviene. Tutta la cultura di massa che ci circonda è pesantemente determinata dalla moda e si reinventa/ricicla/modifica in tempi brevissimi. Non c'è il tempo di assimilare una corrente che subito ne arriva un'altra.
Ritornando alla domanda, è giusto porre limiti? Non saprei. Di certo vale la solita regola: che gli estremi non portano mai a nulla di buono. E' giusto attingere e farsi ispirare da diverse fonti, ma il troppo rimescolamento, soprattutto se fatto in tempi brevissimi, porta ad una perdita di identità e alla creazione di una cultura "rumorosa" (oserei dire "usa e getta") che è destinata a passare subito in secondo piano per far posto alla prossima.
2. E' indubbio che con il tempo si diffonderà sempre in scala maggiore.
Il problema è vedere in che modo questa diffusione sarà attuata. Se cioè porterà ad un effettivo progresso, oppure sarà un altro dei tanti media controllato da pochi ma rivolto alle masse. Il web è uno strumento innovativo che, grazie alla sua interattività, permette non solo di essere semplici spettatori, ma di poter far parte anche attivamente del mondo dell'informazione.
Una rivoluzione che certamente porta pesanti cambiamenti se diffusa in larga scala, entrando a far parte del quotidiano della maggior parte delle persone. Cambiamenti positivi per l'elevazione culturale delle persone, ma anche pericolosa sotto il punto di vista delle multinazionali, governi e lobby perchè comporta anche una certa presa di coscienza, solitamente ostacolata. Bisogna quindi vedere quali di questi due aspetti prevarrà in futuro.

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MANIK

1. First we "must"accept axiom that we live in "remix"culture.Is there any valid and general consensus about terms "remix"and "remixing"?
If there's we need to know exactly which area they covered.Any other approach is arbitrary and lied to friendly chat.
Any high define product,or action(if we accept "remixing")could have limits,but same time not-depend which logic we impute.
What's "anything"in philosophical sense?Event or rule?I understand that question in that way:"Can x be remixed with x?"Why not?Why? Depend on logic you impute to make condition(something)convenient for ethics consideration.
2. Are you looking for my convictions or you want me to be a prophet?
3. We think that you have wrong judgment about role of human psychology and subjectivity between,from one side cinema and literature,and from the other side fine arts.Also Project is immanent to Modernism and we could think that you are not familiar with New Modern(H.Klotz),which was mostly connected with fine arts. Consequence's that we hawe continuation of New Modern Project in "new media".
5. While the tools to produce one own media have been more accessible and more powerful, people never consumed more commercial media than now. Thus the essential division between 'media amateurs' and 'media professionals' which got established in the beginning seems to be as strong as ever. In short, the 1960s idea that new technologies will turn consumers into producers failed over and over again. Will this situation ever change? What will be the next stage in media consumption after MP3 players, DVD recorders, CD burners, etc, etc, etc.?
Next stage is new aesthetic!

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Alexis Turner

1. Who cares? We don't live in a remix culture. Culture implies tradition and time. We live in a remix fad. In 10 years, we will look at our remixed clothes and design and wonder what the hell we were thinking, and we will burn with shame when we see pictures of ourselves wearing clothes that were just as stupid when our parents wore them 30 years ago.
2. It will remain a tool of professionals. Type has a one to one relationship with the object it represents. The typed letter "A" represents the spoken sound "a." It is not abstract and is therefore not terribly relevant to compare it to photography or information visualization. Photography is more interesting, in that you can have photography that has the same one-to-one relation as type (not abstract, point and shoot, the result appears as the subject, tourist photos) and requires no special or expensive implements (can be done with a disposable or point and shoot camera and taken to the lab to be developed), but you can also have more complex, abstract, technically proficient, and/or equipment-intensive photography. The former is accessible to all, and the latter tends to be practiced only by the professional.
Photography as an example illustrates why information visualization will probably remain primarily in the hands of the professional, at least for the immediate future.
- It often requires technical skill (programming),
- abstract thinking capabilities (there are few set rules at this phase, so information visionaries must still develop their own language and definitions),
- money and tools for computing power,
- and it is often used to display unusually large or complex relationships between data which are not usually necessary for non-academic or research purposes.
Is it possible that some or all of the above difficulties will be overcome? Sure. But even in that case there is no guarantee that the technique will make it's way into the mainstream. Librarians have been information retrieval professionals for hundreds of years, but their knowledge is still considered arcane.
3. I am still trying to answer this question for myself.
4.Blobs are to current architecture what post-war architecture was to the last century: a knee jerk reaction that will be deeply regretted by suburbanites in another 50 years.
5. I have come to the depressing realization that people are lazy fucks and do not want to produce things for themselves. I wish there were a fascinating and academically obtuse answer to this question.

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G$

1. 'remix' culture limits to remixing Are there? Can We live in anything remixed with anything Shall be? be there an ethics of remixing?
2.Yes.
(Please note this answer is copyright protected see below)
This Agreement (the “Agreement”) is made by and between ______________________ (“Owner”), and ______________________, with its principal place of business at __________________ (“Organization”).
RECITALS
A. Organization is [describe organization], engaged in [describe activities that are relevant to the desire to license Owner's copyrighted material].
B. Owner owns the copyright to certain materials relating to [describe activity] and is willing to allow Organization to copy and utilize such materials under the terms herein set forth.
NOW THEREFORE, in consideration of the mutual covenants and promises herein contained, the Owner and Organization agree as follows:
1. This Agreement shall be effective as of (the “Effective Date”).
2. Owner hereby grants Organization a non-exclusive right to copy certain materials described in Attachment A (the “Material”), in whole or in part, and to incorporate the Material, in whole or in part, into other works (the “Derivative Works”) for Organization’s internal use only.
3. All right, title and interest in the Material, including without limitation, any copyright, shall remain with Owner.
4. Owner shall own the copyright in the Derivative Works.
5. This Agreement may be terminated by the written agreement of both parties. In the event that either party shall be in default of its material obligations under this Agreement and shall fail to remedy such default within sixty (60) days after receipt of written notice thereof, this Agreement shall terminate upon expiration of the sixty (60) day period.
6. Attachment A is incorporated herein and made a part hereof for all purposes.
7. This Agreement constitutes the entire and only agreement between the parties and all other prior negotiations, agreements, representations and understandings are superseded hereby.
8. This Agreement shall be construed and enforced in accordance with the laws of the United States of America and of the State of Texas.
IN WITNESS WHEREOF, the parties hereto have caused their duly authorized representatives to execute this Agreement.
[Full Name of Owner]
By:____________________
[Name] _________________
[Title]___________________
Date:____________________
[Full Name of Organization]
By:____________________
[Name] _________________
[Title]___________________
Date:____________________
3. -bash: Today cinema and literature continue the modern project of rendering human psychology and subjectivity, while fine art seems to be not too concerned with this project. How can we use new media to represent contemporary subjectivity in new ways? Do we need to do it? : command not found
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5. Acetate/Vinyl Records, Rotary Telephones, Zoetropes, the Semivisor, recycled machines are responding to these question which are valid, distinct, and interesting questions.

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Francesco De Sio Lazzari

1. Dipende. Non ho nulla contro il remix, sempre che il remix non sia un modo per coprire una mancanza di reali contenuti. Il remix può essere uno strumento potente, o può celare il vuoto. Si tratta di valutare caso per caso.
In linea di principio - e da un punto di vista storico - direi che le epoche di ... remix sono epoche di decadenza. E lo dico senza formulare giudizi di valore.
Quando una società e la sua cultura avvertono segni di cedimento, ecco che il remix incomincia sempre a diventare più frequente ...
2. Beh ... ma stampa e fotografia sono rimaste dominio dei professionisti ! O mi sbaglio ? Comunque, anche se la “visualizzazione delle informazioni” richiede un livello più complesso di conoscenze, non credo che questo sia il problema.
Il problema è che non ritengo stampa e fotografia alla ‘portata’ di tutti.
In fondo, sono pur sempre ... nella mani dei “chierici”, di alcuni chierici.
C’è un errore di prospettiva nella domanda.
3. Sono due domande distinte, e richiederebbero - ciascuna delle due - discorsi molto articolati.
Non saprei dire, ora come ora, in quale modo i media digitali possano essere usati per “rappresentare la soggettività contemporanea in modi nuovi”. Occorrerebbe pensarci bene, e avere anche una buona preparazione psicologica (oltre che culturale).
Sul fatto che si abbia bisogno di “rappresentarla” (la soggettività contemporanea), e di farlo in modi nuovi, nessun dubbio.
Proprio perché siamo nella società delle immagini e della comunicazione (e Internet è un fattore di grande rilievo nell’invasione d’immagini e di notizie da cui siamo sommersi), è necessario porre un argine, riuscendo a conservare la centralità dell’io come oggetto di costante riflessione.
Altrimenti diventeremo soltanto un crocevia per un ininterrotto flusso di dati che ci attraverserà - come le stazioni sono attraversate dai treni ...
4. Innanzi tutto: l’eccesso d’informazione finisce sempre con l’essere blobs. In questo senso direi che è il “nuovo stile internazionale”. In particolare: se con blobs si intende la sovrapposizione e l'accumulazione di stili - che produce di fatto una massa indistinta in grado di coprire tutto ciò che è alla sua base - allora forse è un particolare effetto cui mirano alcuni intellettuali, ivi compresi architetti e designer che usano applicazioni software.
Non apprezzo ! Credo che sia una maniera facile per esprimere la confusione che attraversa il nostro mondo.
Forse tutta la nostra società, oggi, è un gigantesco blobs, ma proprio per tale ragione s’impone un’esigenza di analisi e di chiarezza che manca a questo tipo di generiche denuncie.
Qui la denuncia mi sembra coincidere col male che denuncia.
5. Consiglio - con la massima cortesia - di rendere più nitida la domanda.

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Genco Gulan

1. I like to mix things when I am cooking omelette but I do not like to mix my tea with anything else.
2. Any one can make eggs but becoming a good cook requires other things. And if one day every one begins to cook than maybe we need to find methods to serve uncooked.
3. The relations between cinema, literature and art are very similat to the chicken and egg dilemma. You can not seperate one from the other.
4. Eggs have no corners but if they did have, they would have been very painfull for the chicken.
5. With the massproduction of eggs the pricess of fall down but I started not to get any taste from them. Yes, one can grow chickens at home in theory but it is better to demand back organic chicken farms.

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Pete Hindle

1. Who cares? People with money. Who remixes? People without money. 'Nuff said.
2. Two words: Will Eisner.
This stuff isn't new. Information will always find other ways of being represented - Will Eisner was a comic book artist, hired by the US Government during WWII to draw instructional books. He changed one sort of information (boring manuals) into easily digestable narratives.
As to who moves the information around - it's up to them what they want to call themselves.
3. The best way to provoke the discussion of subjectivity is to create discussion. So, you're probably most aware of the subjective nature of you're experience about three minutes after leaving the show/film/gig, when the person you went with turns to you and says "I thought it was rubbish!"

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Nicoletta Ostuni

1. Non si può limitare l’espressione artistica. Non vanno imposte regole arbitrarie, secondo me, ma piuttosto abolite. C’è da chiedersi tuttavia se il Remix non possa diventare esso stesso un limite. Chi si cimenta in tale forma d’arte infatti rischia di utilizzare forme vuote, separate dal presente, ignote al grande pubblico, appannaggio unico di eruditi. Questo stile ha tutte le carte in regola per trasformarsi in una sorta di codice comprensibile solo agli addetti ai lavori, evolvendosi in un contenitore privo di valore comunicativo.
2. La cultura mediatica ha recuperato dalla “narratologia” (narratore, punto di vista, fabula, intreccio e così via) lo schema attraverso il quale far passare l’informazione. I telegiornali non si limitano più a trasmettere notizie, ma usano le immagini filtrandole attraverso una visione che si accompagna con le “istituzioni letterarie”. È sempre più stretto il rapporto fra televisione e letteratura. La prima utilizza forme, schemi, modelli derivati dalla seconda. La televisione non solo trasmette prodotti cinematografici legati ai più vari modelli letterari, ma sfrutta questo patrimonio secondo le specifiche modalità del genere narrativo e lo trasforma in immagini offrendo al consumatore l’abitudine alla letterarietà, trasferendo così il rapporto con il libro fuori dal proprio contesto e dal contatto con la pagina scritta. Il medium televisivo in tal modo, soprattutto in questi ultimi anni ha inventato un nuovo modo di affabulazione in grado di raccontare il mondo e soprattutto di interpretarlo. Ma per raggiungere simili risultati bisognerà sempre coniugare cultura e padronanza degli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione.
3. Non solo cinema e letteratura, ma l’arte contemporanea in genere sente la necessità di rappresentare la soggettività. Un prepotente bisogno di espressione dell’Io, tuttavia, rischia di appiattirsi su una convenzionale esibizione e il soggetto si fa prigioniero di un orizzonte asfittico. Altre volte, le diverse forme dell’arte, interagendo e abolendo steccati, ci restituiscono la multiforme diversità della psiche.
I media digitali sono nati probabilmente da questo bisogno di amalgama dove scrittura, immagini, suoni, filmati e nuovi materiali costituiscono la forma espressiva della modernità.
La peculiarità del digitale consiste inoltre nelle possibilità che ogni individuo ha di attingere a sempre più vasti database, interagire e collaborare rapidamente, indagare nel presente, ma soprattutto di accelerare i processi comunicativi, abolendo la distanza. Una tecnologia, solo sino a pochi anni fa impensabile, ha permesso all’individuo di entrare nel presente, pur con tutte le sue contraddizioni, attraverso strumenti mediatici sempre più sofisticati e alla portata di tutti. Che ci piaccia o meno, questa è la nostra dimensione e con essa dobbiamo fare i conti.
4. Da sempre la scoperta di tecniche innovative influenza le modalità espressive contribuendo alla diffusione di nuovi stili. L’avvento del computer ha modificato la natura dell’arte, della sua produzione e fruizione. Il mutamento comporta del resto un più generale mutamento antropologico, forse più radicale e profondo di quello introdotto dalla diffusione della stampa e certamente assai più sconvolgente delle modificazioni apportate dall’invenzione della macchina da scrivere.
Il corpo non agisce più sulla materia ma è il software a determinare e condizionare la creazione nel farsi forma concreta.
Chi produce ha una tastiera, uno schermo e una serie di possibilità virtuali offerte dal software, e un oggetto che si può modificare in relazione a diverse progettualità e modalità d’approccio. È per questo che i “Blobs”, pur essendo un effetto dell’utilizzo di applicazioni software, sono stati riconosciuti in architettura come nel design per lo stile innovativo. Non a caso molti critici definiscono la loro struttura isomorfa “stile internazionale”.
5. Internet è per tutti noi un formidabile mezzo di diffusione di materiale. Suoni, filmati, ma anche immagini e testi sono incessantemente scaricati dalla rete. L’utilizzo che ne viene fatto il più delle volte è ridotto al semplice immagazzinamento e alla fruizione diretta. Risulta difficile a chi utilizza questi nuovi software immaginare di poter interagire con essi attraverso l’uso di programmi più sofisticati e produrre in maniera autonoma filmati, suoni e immagini.
Diverso risulta l’atteggiamento di chi sa, già nell’intraprendere gli studi o affacciandosi al mondo del lavoro, di potersi avvalere per i più svariati scopi di software accessibili anche ai non addetti ai lavori.
Così, mentre la spaccatura tra “media amateurs” e “media professionals” riguarda ancora le vecchie generazioni, i più giovani sanno già sfruttare le tecnologie più avanzate.
Secondo me ciò è dovuto al fatto che le nuove generazioni vivono in un periodo storico dove, per la rapidità dei mutamenti, le abitudini non hanno il tempo di coagularsi.

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Emanuela Zilio

1. Credo che la dimensione di “remix” sia abbastanza naturale per l’uomo, perché la curiosità e l’inventiva non possono essere unidirezionali. Mescolare idee, impulsi, ispirazioni è proprio dell’uomo comune così come del “genio”, la differenza di scala si attua nella diversa sensibilità. I musicisti possono usare solo poche note - il resto è natura, interiorità, meccanicità che li circonda – eppure, i brani che nascono sono diversi gli uni dagli altri. I grandi artisti e i grandi pensatori hanno avuto la volontà di avvicinarsi ai molteplici maestri che li avevano preceduti - di attingere alla loro conoscenza e creatività - e insieme la capacità di digerire quegli input sino a generare qualcosa di personale e nuovo…fino ad un Picasso che citando Velásquez ritorna bambino. Quando si è piccoli le informazioni sono omogenee, è l’educazione che separa delle categorie di pensiero ed azione e pone dei limiti artificiosi alla conoscenza trasversale.
2. La visualizzazione delle informazioni ha già una storia piuttosto datata, con alcuni esempi clamorosi come quelli dell’Isotype o dei grafici descritti da Edward Tufte (Visual Explanations, Envisioning Information, The Visual Display of Quantitative Information, and Data Analysis for Politics and Policy). La visualizzazione dei dati soddisfa il principio della minor quantità di inchiostro per la maggior quantità di informazione possibile e la capacità innata dell’uomo di attingere alla conoscenza attraverso lo sguardo. E’ stato dimostrato negli anni ’70 come il miglior modello di apprendimento sia quello che si ottiene attraverso immagini tridimensionali, perché più di tutte corrisponderebbero alle nostre strutture neuronali. Visualizzare l’informazione significa astrarla dalla parola per renderla più intuitiva e quindi rapidamente accessibile. Penso che il processo sia in rapida diffusione, proporzionalmente alla distribuzione dei nuovi media.
3. Non credo che l’arte contemporanea stia trascurando la psicologia e la soggettività umane, soprattutto se si parla di arte legata ai nuovi media. Lo sta facendo piuttosto con forme e linguaggi diversi, perché l’artista dietro al monitor o dietro al pennello grafico parla di sé con un mezzo nuovo. E soprattutto il mondo in cui propone il suo racconto ha degli orecchi mai visti prima per ascoltarlo. Issey Miyake arriva a proporre una serie di “loading woman” e “loading man” nel suo sito…La soggettività umana, attraverso i nuovi media, acquista la capacità di riaffermare la propria identità e di vedere oltre gli oggetti.
4. La natura è caratterizzata da funzioni continue, ovvero fondamentalmente da curve ed elementi smussati…nel nostro corpo non esistono asperità. Angoli e strutture ortogonali sono invece rappresentazioni “semplificate”, proprie dell’uomo, e ideate per poter creare oggetti gestibili e risolvere più agilmente una serie di problematiche. I “blobs” nascono probabilmente dalla possibilità sempre più raffinata offerta dai nuovi softwares di ri-avvicinarsi alla natura. I primi programmi erano relativamente semplici e rientravano nel dominio di sviluppatori e utenti tecnici. L’evoluzione di softwares di grafica e modellazione 3D ha abilitato l’accesso ad una serie di strumenti e risorse -anche molto complessi -per un’utenza dal background variegato. Sembra che la tendenza sia questa anche in fatto di interfacce: parlare di “natural interfaces” significa abbandonare gli artifici ingegneristici (guanti, occhialini, casco,…) per tentare di riappropriarsi dei sensi.
5. Forse è ancora un po’ presto per accertare il fallimento. Sta diventando adulta in questi anni la generazione che per prima ha potuto sperimentare i media interattivi e quindi la possibilità di trasformarsi da user a prod-user… non se ne possono ancora valutare bene le ricadute. La chance di confrontarsi nei blog, di inventarsi un viaggio senza metter piede in un’agenzia, di diffondere idee e progetti sembra testimoniare d’altro lato una sempre maggior consapevolezza della possibilità di “fare qualcosa di proprio attraverso il mezzo”, di esercitare una volontà diretta. I sistemi digitali stanno spingendo in questo senso, se anche i giornalisti vengono addestrati a riprendere, montare e commentare il proprio servizio autonomamente dalla loro postazione. La progressiva diffusione di computer leggeri e potenti apre inoltre la possibilità per molti di poter utilizzare uno strumento professionale e di dar vita dunque a prodotti di alto livello.
Non ritengo che la grande sfida per il presente risieda nell’utilizzo di lettori MP3 o nella possibilità di masterizzare dei DVD: si tratta pur sempre di dispositivi di storage, più o meno capienti. Il problema dell’obsolescenza piuttosto rapida dell’hardware e del software non viene risolto. Non cambia nemmeno l’esigenza di strutturare i dati. Credo che le cose muteranno quando si arriverà a concepire la rete come ambiente condiviso di erogazione/conservazione e a postulare il disordine…la possibilità di reperire un’informazione (di qualsiasi natura essa sia) senza dover prima pre-strutturare il sistema di riferimento. Peter Greenaway afferma: "Creation, to me, is to try to orchestrate the universe to understand what surrounds us. Even if, to accomplish that, we use all sorts of stratagems which in the end prove completely incapable of staving off chaos." Le tecniche di machine learning e pattern recognition stanno lavorando anche in questo senso.

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Gigiotto Del Vecchio

1. La cultura del remix, del ripartire e rielabolare qualcosa di già sostenuto è una necessità. Una necessità perchè ogni esperienza deriva da altre ed altrui esperienze che vengono, in maniera più o meno cosciente, rielaborate. Credo che l'idea di remix coincida con l'idea di confronto e di possibilità ulteriore, che a me sta particolarmente a cuore. L'aspetto democratico del campionamento è meravigliosamente infinito, ci si appoggia su delle basi e le si può riutilizzare, riscrivere come si vuole. distruggendo o proponendo. ma è questa la sfida. Ogni cosa può essere remixata a patto che il rimissaggio rientri in un'operazione concettuale ben precisa, che si tratti di furto o di pura citazione poco importa. l'importante è che funzioni in un regime propositivo, culturale e di qualità. L'etica del remixing? Onestà intellettuale, coscienza, conoscenza, cultura.
2. L'informazione è parte integrante del processo creativo. fa parte del dna della creatività e poco importa come la si traduca da un punto di vista tecnico. la popolarità di tale elemento è fisiologica e perciò difficilmente contestualizzabile e controllabile.
3. La psicologia umana per forza di cose si adegua alla contemporaneità. credo che l'arte contemporanea lavori già da tempo sulle sfumature della personalità e della psicologia, forte dell'enorme possibilità che la contraddistingue da tutte le altre discipline culturali: il fare finta di non doversi concentrare sui mezzi, che siano pennelli, scalpelli, objects trouvé o tecnologie varie, a sua immensa e naturale disposizione.
4. Non so.

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Luigi Pagliarini

1. Noi viviamo nell'era elettronica. All'interno di quest'era, vi sono prodotti artistici di differente livello, qualità e tipo: osserviamo prodotti culturali e prodotti subculturali. È accaduto in ogni era. Il “remix”, in particolare, né più né meno com’accade, ad esempio, con il Grande Fratello in TV è certamente un prodotto sottoculturale (o un sotto prodotto culturale).
Ne consegue che, l’interrogarsi su eventuali limiti da apporre ad un prodotto sub artistico com’è il remix suona come sparare alle formiche con il cannone, insomma, è un falso problema. E poi, c’è sempre stato chi compone e chi (r)interpreta, anche nella più classica delle culture.
2. Non sono affatto d’accordo. Credo, viceversa, che le informazioni siano da sempre tradotte e veicolate graficamente. I geroglifici ne sono una chiara testimonianza. E poi tutte le società hanno sempre usato la visualizzazione grafica in tal senso. Si pensi, ad esempio, ai linguaggiasiatici, agli ideogrammi. Più “visualizzazione grafica” di così!
3. Giuro che non voglio esser polemico ma, anche qui, non mi trovo. Ma chi ha detto che gli artisti elettronici non si occupano di raffigurare aspetti personologici e, più in generale, il concetto d'individualità? Di esempi, in tal senso, ce ne sono davvero tanti.
Probabilmente, chi vi parla è uno di questi: nel bene e nel male faccio arte elettronica di estrazione psicologica (e ricerca in tal senso) da 12 anni! Poi, se vogliamo far riferimento ad un artista più popolare ci basterà pensare a Stelarc!
4. I Blobs non son altro che geometrie eventualiste successivamente rielaborate (attraverso algoritmi genetici, reti neurali, e frattali) ed applicate su di un piano tridimensionale.
Concettualmente, non v'è di certo assolutamente nulla di nuovo. Difatti, si tratta di un adattamento, in ambito di architettura e/o design di ciò che alcuni artisti visivi facevano già negl'anni ‘60, estraendo i numeri casuali coi dadi!
Nella storiografia di Sergio Lombardo è possibile rintracciare la testimonianze di Blobs su piani bidimensionali (che lui le chiamava “isole”) mentre, nei lavori di Karl Sims, degl’anni ’90, troviamo le prime applicazioni di una simil logica su piani tridimensionali (e con in più implicazioni motorie negl’oggetti).
Ovvio, ciò non toglie che, una volta che tal semeiotica ha raggiunto alcune nuove fasce di pubblico, cioè quelle più prossime ad architetti e designers, attraverso artefatti che sono, in termini applicativi, ‘diversi’, le ha letteralmente colte di sorpresa e si è gridato al miracolo, alla scoperta. Ma, semplicemente, non è vero!
Premesso ciò, per rispondere più direttamente alla domanda, credo sì che le geometrie non-euclidee (e di questo che si tratta e di cui stiamo parlando) siano certamente LA direzione. Ma, ribadisco, nulla a che veder con architetti e designers. Non è sicuramente loro prerogativa.
Ci mancherebbe.
5. Aiuto!!! Io continuo a non capire... Credo che la produzione ed il consumo dei media siano aumentate perchè, nel terzo millennio, è aumentata la ricchezza dell'occidentale medio.
In che senso la prima affermazione, unita alla seconda dimostra qualcosa? Più semplicemente, potrebbe esser che io, Luigi Pagliarini, al tempo T(x) sono un consumatore, al tempo T(y) sono produttore? E, guardacaso, in effetti io sono al contempo produttore e consumatore! Credo anche che come me esistano milioni di persone. E voi?! Insomma, se le cose stanno così, allora ricadiamo esattamente all’interno del paradigma proposto negl'anni Sessanta. No?
MP3 e DVD.. ma cos'è, non si sono già diffusi? O è solamente una mia impressione? Certo magari non in Burkina Faso! Ma lì non siamo, a quanto pare, riusciti a diffondere bene… nemmeno la sopravvivenza!

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Andrea Mi

1. In linea di principio, no. Ma le questioni che si sollevano appena si va ad approfondire il tema sono, per lo meno, controverse. Alla base di molta produzione audiovisiva contemporanea si pone l'estetica e la poetica del frammento, ossia l'idea di costruire opere nuove, contenuti nuovi, partendo dall'estrapolazione di incisi, brandelli, pezzi di opere già esistenti. Nella maggioranza di casi l'operazione produce contenuti originali, spesso neanche lontanamente riferibili ai frammenti presenti nell'imbastitura dell'opera o comunque sufficientemente distanti dal loro ambito di provenienza. La corrente del Plagiarismo, ancora viva e fruttuosa, ha insegnato molto in tal senso ed ha favorito non poco il dibattito legato all'insensatezza di certo tipo di protezione autoriale.
Non sono rari, ad ogni modo, gli esempi di manipolazioni, riedizioni e interpretazioni in chiave di "remix" che nulla aggiungono e nulla tolgono all'opera di partenza. Difficile, in questi casi, giustificare simili operazioni. Prendendo ad esempio la produzione musicale contemporanea non è difficile riscontrare una ipertrofia che se, da una parte, favorisce l'orizzontalizzazione del fare, dall'altra mette in circolo una enorme quantità di musica alla quale risulta davvero difficile attribuire un senso. Oltre che alla maggiore accessibilità dei tools di auto-produzione questa tendenza è da attribuirsi al dilagare della remix-mania. La differenza, come spesso accade quando centra di mezzo l'ingegno umano, la fa la pregnanza dell'opera. Uno degli ambiti culturali nei quali, prima di altri, si sono visti e potuti valutare gli effetti della poetica del "campionamento" e del "remix" è quello dell' hip hop. Dopo molti anni di dibattiti, contese, procedimenti legali e riflessioni sembra oramai pacifico il principio secondo il quale "campiona ciò che vuoi ma dichiara ciò che citi". A leggere le playlist e le documentazioni, sempre assai rigorose, dei lavori recenti di uno dei massimi esponenti della remix-culture, Dj Spooky, si trovano tutte le conferme alla giustezza di tale procedura.
Al momento la piattaforma legal-filosofica di Creative Commons pare la unica realmente sensata per favorire e tutelare la creatività di tutti i culture-jammers.
2. Non sono convinto, se il riferimento è al contesto del vjing o più propriamente del mixed media, che ciò che viene visualizzato siano "informazioni". D'altronde i processi di visualizzazione di dati testuali, sonori e percettivi in genere è cosa di cui si può trovar traccia molto a ritroso nel tempo. Il vero elemento di innovazione che mi pare si possa cogliere nell'ormai vasto panorama di produzioni che mescolano piattaforme, linguaggi, media e supporti è la "malleabilità" dell'opera, la sua disponibilità a farsi suono, immagine in movimento, ipertesto sensoriale contemporaneamente. Nella sinestesia, nella capacità di attivare più sensi contestualmente, sta il vero elemento propulsivo di questi linguaggi meticci. Nella sempre maggiore similitudine tra le prassi generative di musica e video risiede, invece, la ragione pratica dell'incremento di tali contesti creativi.
La gestione di sequenze audiovisive secondo time-line, l'implementazione gestionale di frammenti indifferentemente sonori e visivi su piattaforme di riferimento come MaxSmp, la diffusione di soluzioni software per l'autogenerazione audiovisiva, sono tutti elementi che fanno già parte del nostro panorama tecnologico quotidiano e che spingeranno, sempre di più, verso la creazione di contenuti audiovisivi anche da parte degli "amateurs".
3. Credo che le soluzioni software e hardware più ardite e innovative, oltre ad ogni loro possibile up-grade, non faranno altro che continuare ciò che hanno sempre fatto la pittura come la poesia, la letteratura come il cinema, le performance come la danza... raccontare l'animo umano, le sue debordanti soggettività e la sua imperscrutabile psicologia.
4. Il sogno di fregare Cartesio e le sue geometrie a 90° è proprio del contemporaneo architettonico. Il movimento Organico, già molti anni addietro, aveva anticipato soluzioni vicine a quelle che fluttuano sui monitor dei giovani designer e, oggi più che mai la forma fluida è mutevole si pone come paradigma non solo estetico ma anche filosofico e fun