| Lev
Manovich 5 questions about digital culture. |
Vito Campanelli e Danilo
Capasso stanno lavorando ad un nuovo libro, incentrato
sulla percezione della cultura digitale. Il cuore
di tale pubblicazione saranno le risposte a 5
domande sulla cultura digitale che ha pensato
per noi, il teorico dei nuovi media, Lev manovich.
Durante gli utlimi cinque mesi abbiamo ricevuto
tanti contributi ed alla fine ne abbiamo selezionato
50 che saranno pubblicati sul libro (di prossima
uscita) dal titolo: "Le cinque domande di
Lev Manovich sulla cultura digitale". |
Vito Campanelli and Danilo
Capasso are working to a new book, focused on
the perception of the digital culture. The core
of this pubblication will be the answers to 5
questions about the digital culture that, the
new media theorist, Lev Manovich has thought for
us.
During the last five months we have collected
many contributes and finally we have selected
50 of them, to be published on the nextcoming
book: "Lev Manovich five questions about
the digital culture". |
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LE DOMANDE:
1. Viviamo nella cultura del “remix”.
E’ giusto porre limiti a questa cultura?
2. Negli ultimi anni il lavoro sulla visualizzazione
delle informazioni è diventato sempre più
popolare e ha attratto l’interesse dei più
talentuosi artisti e designers. E’ possibile
che questo mezzo si diffonda come la stampa e
la fotografia, o resterà sempre dominio
dei professionisti?
3. Il cinema e la letteratura continuano il progetto
moderno di rappresentare la psicologia e la soggettività
umana, mentre il mondo dell’arte contemporanea
non sembra troppo interessata a questo progetto.
Come possiamo usare i media digitali per rappresentare
la soggettività contemporanea in modi nuovi?
Abbiamo veramente bisogno di farlo?
4. 'Blobs' in architettura e design, si tratta
del nuovo stile internazionale della società
dell’informazione o è piuttosto un
particolare effetto creato da architetti e designer
attraverso l’utilizzo di applicazioni software?
5. Mentre i tools per l’auto-produzione
di media sono diventati sempre più accessibili
e potenti, il consumo di media commerciali non
è mai stato così diffuso, dunque
la spaccatura tra “media amateurs”
e “media professionals” sembra non
essere mai stata così forte e ciò
dimostra, ancora una volta, come sia fallita l’idea
diffusasi negli anni Sessanta secondo cui le tecnologie
avrebbero trasformato i consumatori in produttori.
Cambierà mai lo stato delle cose? Come
cambierà il consumo dei media in seguito
alla diffusione di strumenti come i lettori MP3
ed i masterizzatori DVD? |
THE QUESTIONS:
1. We live in 'remix' culture. Are there limits
to remixing? Can anything be remixed with anything?
Shall there be an ethics of remixing?
2. In the last few years information visualization
became increasingly popular and it attracted the
energy of some of the most talented new media
artists and designers. Will it ever become as
widely used as type or photography, or will it
always remain a tool used by professionals?
3. Today cinema and literature continue the modern
project or rendering human psychology and subjectivity,
while fine art seems to be not too concerned with
this project. How can we use new media to represent
contemporary subjectivity in new ways? Do we need
to do it?
4. 'Blobs' in architecture and design - is this
a new 'international style' of software society,
here to stay, or only a particular effect of architects
and designers starting to use software?
5. While the tools to produce one own media have
been more accessible and more powerful, people
never consumed more commercial media than now.
Thus the essential division between 'media amateurs'
and 'media professionals' which got established
in the beginning seems to be as strong as ever.
In short, the 1960s idea that new technologies
will turn consumers into producers failed over
and over again. Will this situation ever change?
What will be the next stage in media consumption
after MP3 players, DVD recorders, CD burners,
etc, etc, etc.? |
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Tra
le rispsoste pervenute abbiamo scelto le seguenti
50:
The selected 50 questions
are:
Ivanmaria
Vele -
Marco Cadioli -
Domenico Quaranta -
Monica Ponzini -
Enrico Montemaggi -
Daniele Cascone-
MANIK-
Alexis Turner -
G$ -
Francesco De Sio Lazzari -
Genco Gulan -
Pete Hindle -
Nicoletta Ostuni -
Emanuela Zilio -
Gigiotto Del Vecchio -
Luigi Pagliarini -
Andrea Mi -
Mike Faulkner -
Geert Lovink -
Esha Romain -
Golan Levin -
Paolo Pedercini -
Angelo Rindone -
Piero Golia -
Chiara Passa -
Rafaël Rozendaal -
Diana Marrone -
Carlo Prati -
Peter Luining -
Carlo Formenti -
Angelo Plessas -
Andreas Angelidakis -
Tommaso Tozzi -
Tatiana Bazzichelli -
Patrick Lichty -
Judson -
Wilfried Agricola de Cologne -
Shaun Wilson -
Nadja Kutz -
Massimo Torrigiani -
Francesca Colasante -
Luigi Sauro -
Miltos Manetas -
Cornelia Sollfrank -
Andrea Benedetti -
Marcello Bellan -
Tiziana Terranova -
Marcella Daniele -
Stavros Bouras |
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Ivanmaria
Vele 1.
Remix nothing destroy everything. Fuck ethics.
There is always going to be transformation. Everything
flows. Indeed.
2. I really think we are in the age of
angels/machines as Miltos Manetas would have said.
I am sure these new technologies will be used
by more and more artists and they will be part
of an universal standard.
3. We are here and there and elsewhere
and so we are passionate beings as we have always
been. new media are just adding an extra layer
of communication.
4. Again it's about communication and layers.
Each one of us can spread an infinitive number
of thruths. The new software is exciting for the
users but how boring that can be for the receiver?
I mean we just have one life to live, isn't it?
Or shall we dedicate to read to other people's
blobs?
5. I am not sure there is such a clear
cut divide between commercial media and amatorial
productions. There is probably a technical difference
but if a story can stand up it doesn't necesarilly
need specific high tech tools to be narrated.
I have experienced storytelling at a very minimal
production cost which was by far more convincing
then TV Films and Promos. Creativity makes it
different.
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Marco
Cadioli 1.
Vorrei rispondere alle domande di Manovich partendo
dall’idea, a me cara, che costruire i new
media si sta rivelando un processo molto più
ampio dell’invenzione di un medium con un
proprio linguaggio. E’ la costruzione di
un mondo altro, all’interno del quale ridefiniamo
un’estetica ed un’etica, dei processi,
delle relazioni. Molte delle tematiche affrontate
dalla digital culture assumono un senso diverso
se contestualizzate all’interno di questa
consapevolezza.
Il mondo reale, quello della natura, lo abbiamo
trovato già pronto e stiamo studiando da
qualche millennio come diavolo funziona, cerchiamo
nel micro, nel macro, formuliamo ipotesi e scopriamo
leggi.
Il mondo digitale invece la stiamo costruendo
da zero, da zero e uno direi, e ne conosciamo
ogni minimo funzionamento perchè lo abbiamo
inventato noi. Il digitale porta con se una sua
logica legata al software che ne è alla
base e gli spazi creati hanno un proprio modo
di funzionare ed una serie di leggi alle quali
sottostare, anche se in continua trasformazione.
Il modo stesso di costruire ogni new media object
porta con se la modularità e la ricombinazione
possibile degli elementi così il mondo
che si va costruendo usa come mattoni di base
altri pezzi di quel mondo stesso, li rimixa, li
riassembla. Immagini fisse e in movimento, testi,
suoni, scripts, modelli 3d, textures, icone, menù,
pezzi di codice, sono gli elementi di partenza
che si ricombinano per formare il mondo che ci
appare on line e tutti i suoi contenuti. Tutto
è rimixato con tutto, più volte,
morendo e rinascendo, stratificandosi come è
avvenuto nel passaggio delle ere geologiche. Il
remix non è solo una scelta estetica o
di linguaggio, è alla base della natura
stessa di questo mondo.
2. La visualizzazione delle informazioni
è la chiave per l’accesso ai data
base e le interfacce sui data base definiscono
il paesaggio stesso della rete perchè danno
forma ai dati, trasformano le informazioni in
forme percepibili dall’uomo, creano spazi
e nuovi oggetti manipolabili non solo e non più
in senso metaforico. Il loro uso si sta diffondendo,
molti lavori di net art presentati nell’exibition
di Sintesi sono formidabili esempi di come la
visualizzazione di data base e la possibilità
di manipolazione offerta diventino potenti strumenti
di conoscenza e quindi di presa di coscienza come
per “They Rule”. Sono rappresentazioni
proprie di dati digitali, più vicine all’oggetto
trattato di quanto possano esserlo stampa e fotografia,
e l’esperienza di manipolare questi dati
sarà sempre più sensoriale.
3. Nei primi anni di vita dei new media
si è riflettuto molto sul mezzo stesso
e le opere di net art sono state spesso autoreferenziali,
incentrate sui meccanismi stessi della comunicazione
e dei media, didattiche nello smascherare il funzionamento
e le implicazioni delle scelte che si stanno facendo
per costruire la Rete. Ma da subito è stato
centrale il tema della connessione tra i soggetti
e della rete di scambi che ne scaturisce. I new
media non si limitano a rappresentare una soggettività
ma creano occasioni per vivere ed esprimere una
soggettività contemporanea nei luoghi di
incontro e dibattito.
Accade adesso, qui.
4. É curioso come sembrino essere
più spiazzanti certi progetti pensati come
opere architettoniche per il mondo reale rispetto
ad una standardizzazione iper razionale degli
spazi della rete. Architetti e designer tornano
a pensare lo spazio manipolando e trasformando
direttamente le forme e le superfici liberamente,
senza vincoli se non quelli imposti dai materiali,
e ne esce un’estetica nuova. La Rete invece,
soprattutto nei luoghi più commerciali
e istituzionali, resta spesso legata ai modelli
dei media precedenti e continua a cerca lì
le sue forme di comunicazione e di progetto piuttosto
che studiare e accogliere le riflessioni e le
evoluzioni dei linguaggi già esplorate
dall’avanguardia artistica.
La spinta di un “international style”
in architettura così legato al pensiero
digitale può e deve contribuire alla qualità
estetica degli spazi di dati come luoghi collettivi
della Net society.
5. Il rapporto tra fruizione lineare e
ipertestuale rimane complesso, lontano dalle aspettative
più radicali dei primi tempi e anche i
media interattivi propongono sostanzialmente contenuti
con una bassa possibilità autoriale e partecipativa
per il fruitore. Ma al di là delle possibilità
di interazione con le opere e gli ipertesti i
tools per creare il proprio media trasformano
i consumatori in architetti in grado di contributi
personali che definiscono la propria presenza
in rete, di aggregazioni spontanee, di forme di
espressione autonome in cui il piano amatoriale
e professionale si sfuma, dove la scrittura collettiva
è una realtà e in cui l’evoluzione
dei linguaggi usati e il remix dei saperi è
in continuo divenire.
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Domenico
Quaranta 1.
Non credo che ci siano, né che ci debbano
essere, dei limiti al remixaggio che non siano
quelli, superabili, imposti dalle ancora imperfette
tecnologie utilizzate. E non credo ci debba essere
un’etica del remixaggio, perché non
credo che l’etica debba interferire in alcun
modo con la nostra libertà di appropriarci
– nel senso letterale di “fare proprio”
– di qualsiasi artefatto cultu(r)ale. Quello
che ha scritto Guy Debord nel 1956 è ancora
valido: “Ogni elemento, non importa la provenienza,
può servire a creare nuove combinazioni...
Tutto può servire”.
Imporre dei limiti al remixaggio vorrebbe dire
imporre dei limiti al pensiero.
Piuttosto, sono convinto che il missaggio –
termine a cui preferisco quello, proposto da Bourriaud,
di postproduzione – abbia bisogno di sviluppare
una propria estetica.
2. Preferisco leggere il presente che prevedere
il futuro, e il presente mi sembra dimostrare
che i media digitali sono già, potenzialmente,
nelle mani di tutti. Se è vero che esiste
un livello alto di conoscenza del mezzo che è
– e resterà a lungo – prerogativa
di pochi esperti (come del resto per tutti i media),
la maggior parte dei software richiedono un tempo
di apprendimento inferiore a quello che serve
per imparare a fare buone fotografie, o a girare
dei video decenti. Sicuramente, molto dipenderà
dalla capacità dei media digitali di farsi
catalizzatori di immaginario, di andare incontro
a certe esigenze e di creare le forme più
adatte per determinati contenuti.
Nel frattempo, se l’utilizzo artistico dei
media digitali resta ancora minoritario, stiamo
assistendo a una estensione sempre maggiore, nell’arte
contemporanea, delle pratiche, delle estetiche
e delle forme da essi introdotte. Proprio come
la fotografia, stanno cambiando la storia dell’arte
ancora prima di entrare a farne parte. Il che
induce a ben sperare...
3. Pur con le loro caratteristiche specifiche,
le loro estetiche e i loro limiti, i nuovi media
sono solo uno strumento, che come tale può
essere impiegato tanto per proseguire del progetto
moderno di resa della psicologia e della soggettività
umana (o meglio per rispondere a un’esigenza
ancora più profonda, quella di raccontare
storie) quanto per sviluppare un discorso più
sperimentale, metalinguistico e concettuale come
può essere quello dell’arte. Sono
convinto che abbiamo bisogno di entrambe le cose,
e che a entrambe i nuovi media possano offrire
nuove possibilità e nuove forme. Quali
siano queste forme non lo so, ma credo che gli
artisti, dalle prime narrative ipertestuali (Olia
Lialina) ai flash movie di Han Hoogerbrugge, fino
all’attesa fiaba-videogame di entropy8zuper,
possano fornirci interessanti suggestioni al riguardo.
4. Il rischio di ogni nuovo strumento,
si sa, è quello di generare un’infatuazione
in grado di sviare l’attenzione di chi se
ne serve dalle sue reali necessità. Esiste
un uso infantile e un uso maturo del mezzo, e
ho pochi dubbi che molti esiti bizzarri dell’architettura
e del design nascano dalla prima condizione. Penso
soprattutto a certi risultati dell’architettura
generativa, ai parti mostruosi – fortunatamente
rimasti quasi tutti allo stadio progettuale -
di architetti che, di fronte all’alto livello
di automazione del software e alle eccezionali
qualità di ciò che produce sembrano
perdere di vista ogni considerazione di carattere
utilitario, estetico o urbanistico. Detto questo,
è chiaro che architettura e design devono
prendere atto della trasformazione dello spazio
e del nuovo statuto dell’oggetto nella società
dell’informazione, e agire di conseguenza.
5. Il fallimento delle utopie degli anni
Sessanta ricorda un po’ quello della Rivoluzione
Francese: certo seguiranno Robespierre e Napoleone,
ma intanto nuovi valori sono emersi, nuovi ideali
sono stati proclamati. Senz’altro non è
nell’interesse dei produttori di contenuti
perdere il controllo su di essi, e le stesse autorità
politiche non vedono certo di buon occhio un uso
consapevole e attivo dei media. Ma le utopie degli
anni Sessanta erano nella mente di chi ha creato
i nuovi media, e sono inscritte nel loro codice
genetico. Si tratta di coltivare questi geni prima
che vadano persi del tutto, e le controculture
ci stanno provando.
Da un altro punto di vista, non credo che la condizione
del consumatore sia poi così negativa.
Si parlava all’inizio di remixaggio, una
pratica diffusa che presuppone un consumatore
attivo e consapevole. Bourriaud dice che “il
consumatore estatico degli anni Ottanta sta scomparendo
a favore di un consumatore intelligente e potenzialmente
sovversivo: l’utilizzatore di forme”.
Può darsi che si tratti di una condizione
minoritaria, ma non è detto che lo resterà
per sempre. Molto dipenderà certamente
dalla sua uscita da un ambito antagonista, dal
suo diventare “pop”: un processo avviato
con successo dalla cultura deejay, che lascia
ben sperare.
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Monica
Ponzini 1.
Remixare (mescolare, meticciare, ibridare) porta
ad evolversi in nuove forme. Non penso ci debbano
essere limiti in tal senso: la storia (non solo
delle arti e della cultura in generale) procede
grazie a questo… Non credo ci possa essere
un’etica del remix, dato che il fenomeno
è per sua natura dinamico, sfuggente, imprevedibile.
2. In ogni processo culturale
c’è un’elite che detiene conoscenze
più approfondite rispetto alla massa. Eppure,
oggi più che mai la tecnologia digitale
è diffusa ad ogni livello e “la massa”
ha accesso sempre più libero e incontrollato
a informazioni, dati, programmi. Le potenzialità
per una diffusione capillare ci sono – ma
una volta diventato popolare, in che cosa si trasformerà?
3. L’arte, come la letteratura
e il cinema, è l’incontro di due
soggettività (l’autore e il fruitore),
all’interno di un sistema di riferimenti
dati dal momento storico e dalla società
in cui sono vissuti/vivono. Vedo differenze nelle
modalità di rappresentazione, ma non nel
fine. Oltre che la rappresentazione della soggettività,
penso che i nuovi media possano segnare una svolta
nella fruizione, nell’interazione tra le
soggettività, per creare un’esperienza
e un prodotto artistico ancora tutto da definire.
4. Ho poca considerazione della
maggior parte degli architetti e designers, professionisti
con una strana propensione a piegare lo spazio
secondo le proprie utopie. Le possibilità
date dai software sembrano aver acuito questa
devastante tendenza. Del resto, i media digitali
hanno cambiato il nostro modo di percepire lo
spazio e la realtà: perchè dovevano
restarne esenti i progettisti dello spazio per
eccellenza?
5. Come sopra, rimarrà
sempre una differenza di base tra i “professional”
e gli “amateurs”. Eppure questi ultimi
sono spesso molto consapevoli, comunicano liberamente
con (tanti) altri come loro e, seppure non siano
veri e propri producers, utilizzano e customizzano
i prodotti, non li “consumano” solamente.
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Enrico
Montemaggi 1.
L’umanità è sempre vissuta
in una cultura che si otteneva per il rimescolamento
di ogni forma della conoscenza e dell’espressione.
Ogni artista ha tratto ispirazione da ogni espressione
e rappresentazione dell’arte, inoltre, con
le sue opere, spesso richieste da un committente,
doveva tradurre nella materia quei racconti e
quella memoria che si voleva restassero come traccia
di una esistenza che altrimenti sarebbe scomparsa.
Una sorta di desiderio atavico di creare un supporto
mnemonico duraturo che permettesse di leggere
la propria storia, nelle forme permesse dalle
scoperte che l’arte poteva utilizzare, dalla
scrittura alla scultura. Quasi un frattale del
nostro essere senziente che si sviluppa a partire
da noi stessi e si espande nell’universo,
attraverso le opere ed il loro contenuto metabolico,
costituito dal linguaggio che ne permette la comprensione.
2. I professionisti sono coloro
che dedicano la vita ad una certa forma di espressione,
sono anche quelli che creano lo sviluppo dell’arte
dietro il quale poi nascono gli utensili stessi
idonei alla rappresentazione.Sempre vi sono stati
individui che colpiti dalle forme di espressione
artistica ne hanno fatto una personale attività
privata. I professionisti operano invece per il
pubblico, sono perciò individui che hanno
scelto per necessità artistica o vitale
di produrre cultura o comunicazione, e nel nostro
mondo contemporaneo la rappresentazione visuale
è diventata immagine digitale o proiettata,
riassuntiva dei messaggi che sono capaci di traslitterare
ancorché trasmettere emozioni. Il fatto
che la fotografia o la ripresa di filmati siano
così diffusi allargano in questo campo
l’alfabetizzazione di larghi strati di popolazione,
che non vengono solo colpiti dal messaggio emotivo,
ma che ne comprendono anche i meccanismi di costruzione
e spesso anche le finalità espressive.
Nell’ideazione delle linee dei nuovi prodotti
si osserva un procedere dello sviluppo basato
anch’esso su un processo di espansione delle
nostre capacità riproduttive. Nel progetto
vi è una qualche forma di traccia genetica
che si modifica per ragioni talvolta funzionali
e tal’altre estetiche, in un’armonizzazione
del prodotto stesso alla funzione che gli viene
assegnata. Per compiere uno sviluppo intenso e
continuo è necessaria proprio l’azione
di un professionista, di un individuo che ha scelto
di operare nel pubblico quel rimescolamento di
esperienze, che sole possono portare a quegli
sviluppi in parte casuali, in parte voluti per
le nuove utilità e le nuove forme. Nel
privato, restringendosi il campo dell’esperienza,
può di certo nascere qualche singolarità,
e così è stato nel passato, ma è
nell’azione incessante del professionista
che opera nella sfera pubblica che si manifestano
quei progressi mutevoli della forma che per alcuni
precede la conoscenza e che per altri la segue,
divenendone col tempo espressione della cultura
e della consuetudine.
3. Occorre considerare cinema
e letteratura tra le belle arti, in fondo la letteratura
lo è sempre stata, ed il cinema nasce dalla
commedia, che nella forma del supporto di base
è letteratura. Le narrazioni hanno sempre
avuto la finalità di diffondere una qualche
forma di conoscenza, e le narrazioni hanno sempre
avuto la necessità di una memoria che permettesse
loro di conservarsi nel tempo delle generazioni
e per poter essere riprodotte. Dall’oralità,
alla scrittura, alle sculture, ai supporti magnetici
o ottici e chissà quali altri ancora lo
scopo è sempre stato quello di conservare
la memoria per trasmetterla con la tecnologia
del narratore e spesso dell’artista. Vi
sono eventi che ad ogni sobbalzo dell’emozione
costruiscono pezzetti della psiche in ciascuno
di noi, per l’artista diventano la materia
prima della narrazione, e la narrazione è
la premessa per ogni nuova forma sonora e visuale
del racconto soggettivo che, quando vi sia naturale
sintonia, può così espandersi verso
la costruzione dell’umana psicologia.
4. Più che attraverso
il Blobs lo stile umano si trasmette attraverso
una espansione frattale, solo se il blob viene
inteso come un frattale possibile, allora può
essere vero che questa società informatica
si stia sviluppando nel caos, secondo schemi che
sono capaci di coagularsi attorno ad idee guida
che segnano i nuovi percorsi della speranza. L’arte
ormai si manifesta anche nelle forme esteriori
(estetiche) di tutto ciò che traccia il
modello e l’essenza della nostra società,
che diventa di consumo proprio per poter continuare
a vivere, senza necessariamente tentare di sopravvivere
a se stessa, poiché ciò sarebbe
comunque individualmente impossibile. Il software
costruisce il libro genetico del nostro essere
homo faber. Se osservate lo sviluppo della forma
in prodotti di largo consumo quali ad esempio
le automobili che hanno raggiunto insieme agli
elettrodomestici, gli apparecchi visuali, il più
elevato livello di sviluppo, tutta la storia del
loro processo progettativi e produttivo è
ormai scritta nei computer aziendali che sono
i depositari multipotenziali delle capacità
riproduttive di quei beni, sia come cloni di un
unico prototipo, che può essere curato
per correggerne i difetti, o come nuove generazioni
che conservano una maggioranza di geni preesistenti,
ma che si innovano proprio per la trasmissione
della espansione della conoscenza, dell’espressività
dell’arte, in una parola, per i nuovi bisogni
fisiologici ed espressivi che nascono nel committente
che sempre più spesso oggi viene chiamato
o si identifica col cliente.
5. Ogni perfezionamento dell’esistente
non rappresenterà una vera novità,
ma solo il miglioramento continuo di un processo
vitale legato al suo proprio consumismo, orientato
all’area privata di ogni singolo individuo.
La penuria di cinema o televisioni, all’esordio
di quei mezzi, obbligava la gente ad uscire dal
privato verso la sfera pubblica, la sola che poteva
offrire quel genere di intrattenimenti. Ma la
spinta alla fruizione privata delle proprie emozioni,
come sfera riservata del proprio essere, viene
molto favorita dal basso costo e dall’alta
diffusione di mezzi personali di memorizzazione
o di rappresentazione della realtà. I media
professionali devono tenere conto di questa realtà.
Tutto ciò che può essere prodotto
con facilità e a basso costo finisce nella
fruizione privata, tutto ciò che può
essere prodotto con costi elevati e con prestazioni
artistiche dirette, non può che avere bisogno
di grandi spazi pubblici. Una autentica novità
sarà la scoperta e la diffusione di sistemi
tridimensionali e virtuali delle rappresentazioni,
non solo artistiche, ma anche industriali. Quando
si sarà capaci di far corrispondere ad
ogni punto dello spazio una emissione luminosa
che ne dia la rappresentazione, si sarà
anche in grado, successivamente, di sostituire
a quel punto la materia e saremo definitivamente
precipitati nel mondo di Matrix. ^
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Daniele
Cascone 1.
E' così da sempre. Il fatto che oggi ci
sia molto più rimescolemanto rispetto al
passato è dato dal fatto che siamo connessi
in maniera più facile e diretta con il
resto del mondo. TV, stampa, radio e Internet
ci permettono di accedere ad altre culture e farle
diventare nostre. E l'uomo, come ha fatto da sempre,
assorbe e rielabora, evolvendosi in continuazione.
Quello che forse può stupire oggi è
la VELOCITA' con cui ciò avviene. Tutta
la cultura di massa che ci circonda è pesantemente
determinata dalla moda e si reinventa/ricicla/modifica
in tempi brevissimi. Non c'è il tempo di
assimilare una corrente che subito ne arriva un'altra.
Ritornando alla domanda, è giusto porre
limiti? Non saprei. Di certo vale la solita regola:
che gli estremi non portano mai a nulla di buono.
E' giusto attingere e farsi ispirare da diverse
fonti, ma il troppo rimescolamento, soprattutto
se fatto in tempi brevissimi, porta ad una perdita
di identità e alla creazione di una cultura
"rumorosa" (oserei dire "usa e
getta") che è destinata a passare
subito in secondo piano per far posto alla prossima.
2. E' indubbio che con il tempo
si diffonderà sempre in scala maggiore.
Il problema è vedere in che modo questa
diffusione sarà attuata. Se cioè
porterà ad un effettivo progresso, oppure
sarà un altro dei tanti media controllato
da pochi ma rivolto alle masse. Il web è
uno strumento innovativo che, grazie alla sua
interattività, permette non solo di essere
semplici spettatori, ma di poter far parte anche
attivamente del mondo dell'informazione.
Una rivoluzione che certamente porta pesanti cambiamenti
se diffusa in larga scala, entrando a far parte
del quotidiano della maggior parte delle persone.
Cambiamenti positivi per l'elevazione culturale
delle persone, ma anche pericolosa sotto il punto
di vista delle multinazionali, governi e lobby
perchè comporta anche una certa presa di
coscienza, solitamente ostacolata. Bisogna quindi
vedere quali di questi due aspetti prevarrà
in futuro.
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MANIK
1.
First we "must"accept
axiom that we live in "remix"culture.Is
there any valid and general consensus about terms
"remix"and "remixing"?
If there's we need to know exactly which area
they covered.Any other approach is arbitrary and
lied to friendly chat.
Any high define product,or action(if we accept
"remixing")could have limits,but same
time not-depend which logic we impute.
What's "anything"in philosophical sense?Event
or rule?I understand that question in that way:"Can
x be remixed with x?"Why not?Why? Depend
on logic you impute to make condition(something)convenient
for ethics consideration.
2. Are you looking for my convictions
or you want me to be a prophet?
3. We think that you have wrong
judgment about role of human psychology and subjectivity
between,from one side cinema and literature,and
from the other side fine arts.Also Project is
immanent to Modernism and we could think that
you are not familiar with New Modern(H.Klotz),which
was mostly connected with fine arts. Consequence's
that we hawe continuation of New Modern Project
in "new media".
5. While the tools to produce
one own media have been more accessible and more
powerful, people never consumed more commercial
media than now. Thus the essential division between
'media amateurs' and 'media professionals' which
got established in the beginning seems to be as
strong as ever. In short, the 1960s idea that
new technologies will turn consumers into producers
failed over and over again. Will this situation
ever change? What will be the next stage in media
consumption after MP3 players, DVD recorders,
CD burners, etc, etc, etc.?
Next stage is new aesthetic!
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Alexis
Turner 1.
Who cares? We don't live in a remix culture. Culture
implies tradition and time. We live in a remix
fad. In 10 years, we will look at our remixed
clothes and design and wonder what the hell we
were thinking, and we will burn with shame when
we see pictures of ourselves wearing clothes that
were just as stupid when our parents wore them
30 years ago.
2. It will remain a tool of professionals.
Type has a one to one relationship with the object
it represents. The typed letter "A"
represents the spoken sound "a." It
is not abstract and is therefore not terribly
relevant to compare it to photography or information
visualization. Photography is more interesting,
in that you can have photography that has the
same one-to-one relation as type (not abstract,
point and shoot, the result appears as the subject,
tourist photos) and requires no special or expensive
implements (can be done with a disposable or point
and shoot camera and taken to the lab to be developed),
but you can also have more complex, abstract,
technically proficient, and/or equipment-intensive
photography. The former is accessible to all,
and the latter tends to be practiced only by the
professional.
Photography as an example illustrates why information
visualization will probably remain primarily in
the hands of the professional, at least for the
immediate future.
- It often requires technical skill (programming),
- abstract thinking capabilities (there are few
set rules at this phase, so information visionaries
must still develop their own language and definitions),
- money and tools for computing power,
- and it is often used to display unusually large
or complex relationships between data which are
not usually necessary for non-academic or research
purposes.
Is it possible that some or all of the above difficulties
will be overcome? Sure. But even in that case
there is no guarantee that the technique will
make it's way into the mainstream. Librarians
have been information retrieval professionals
for hundreds of years, but their knowledge is
still considered arcane.
3. I am still trying to answer
this question for myself.
4.Blobs are to current architecture
what post-war architecture was to the last century:
a knee jerk reaction that will be deeply regretted
by suburbanites in another 50 years.
5. I have come to the depressing
realization that people are lazy fucks and do
not want to produce things for themselves. I wish
there were a fascinating and academically obtuse
answer to this question.
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|
G$
1.
'remix' culture limits to
remixing Are there? Can We live in anything remixed
with anything Shall be? be there an ethics of
remixing?
2.Yes.
(Please note this answer is copyright protected
see below)
This Agreement (the “Agreement”) is
made by and between ______________________ (“Owner”),
and ______________________, with its principal
place of business at __________________ (“Organization”).
RECITALS
A. Organization is [describe organization], engaged
in [describe activities that are relevant to the
desire to license Owner's copyrighted material].
B. Owner owns the copyright to certain materials
relating to [describe activity] and is willing
to allow Organization to copy and utilize such
materials under the terms herein set forth.
NOW THEREFORE, in consideration of the mutual
covenants and promises herein contained, the Owner
and Organization agree as follows:
1. This Agreement shall be effective as of (the
“Effective Date”).
2. Owner hereby grants Organization a non-exclusive
right to copy certain materials described in Attachment
A (the “Material”), in whole or in
part, and to incorporate the Material, in whole
or in part, into other works (the “Derivative
Works”) for Organization’s internal
use only.
3. All right, title and interest in the Material,
including without limitation, any copyright, shall
remain with Owner.
4. Owner shall own the copyright in the Derivative
Works.
5. This Agreement may be terminated by the written
agreement of both parties. In the event that either
party shall be in default of its material obligations
under this Agreement and shall fail to remedy
such default within sixty (60) days after receipt
of written notice thereof, this Agreement shall
terminate upon expiration of the sixty (60) day
period.
6. Attachment A is incorporated herein and made
a part hereof for all purposes.
7. This Agreement constitutes the entire and only
agreement between the parties and all other prior
negotiations, agreements, representations and
understandings are superseded hereby.
8. This Agreement shall be construed and enforced
in accordance with the laws of the United States
of America and of the State of Texas.
IN WITNESS WHEREOF, the parties hereto have caused
their duly authorized representatives to execute
this Agreement.
[Full Name of Owner]
By:____________________
[Name] _________________
[Title]___________________
Date:____________________
[Full Name of Organization]
By:____________________
[Name] _________________
[Title]___________________
Date:____________________
3. -bash: Today cinema and literature
continue the modern project of rendering human
psychology and subjectivity, while fine art seems
to be not too concerned with this project. How
can we use new media to represent contemporary
subjectivity in new ways? Do we need to do it?
: command not found
4.Compiling...
Blob.cpp
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5. Acetate/Vinyl Records, Rotary
Telephones, Zoetropes, the Semivisor, recycled
machines are responding to these question which
are valid, distinct, and interesting questions.
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Francesco
De Sio Lazzari 1.
Dipende. Non ho nulla contro il remix, sempre
che il remix non sia un modo per coprire una mancanza
di reali contenuti. Il remix può essere
uno strumento potente, o può celare il
vuoto. Si tratta di valutare caso per caso.
In linea di principio - e da un punto di vista
storico - direi che le epoche di ... remix sono
epoche di decadenza. E lo dico senza formulare
giudizi di valore.
Quando una società e la sua cultura avvertono
segni di cedimento, ecco che il remix incomincia
sempre a diventare più frequente ...
2. Beh ... ma stampa e fotografia
sono rimaste dominio dei professionisti ! O mi
sbaglio ? Comunque, anche se la “visualizzazione
delle informazioni” richiede un livello
più complesso di conoscenze, non credo
che questo sia il problema.
Il problema è che non ritengo stampa e
fotografia alla ‘portata’ di tutti.
In fondo, sono pur sempre ... nella mani dei “chierici”,
di alcuni chierici.
C’è un errore di prospettiva nella
domanda.
3. Sono due domande distinte,
e richiederebbero - ciascuna delle due - discorsi
molto articolati.
Non saprei dire, ora come ora, in quale modo i
media digitali possano essere usati per “rappresentare
la soggettività contemporanea in modi nuovi”.
Occorrerebbe pensarci bene, e avere anche una
buona preparazione psicologica (oltre che culturale).
Sul fatto che si abbia bisogno di “rappresentarla”
(la soggettività contemporanea), e di farlo
in modi nuovi, nessun dubbio.
Proprio perché siamo nella società
delle immagini e della comunicazione (e Internet
è un fattore di grande rilievo nell’invasione
d’immagini e di notizie da cui siamo sommersi),
è necessario porre un argine, riuscendo
a conservare la centralità dell’io
come oggetto di costante riflessione.
Altrimenti diventeremo soltanto un crocevia per
un ininterrotto flusso di dati che ci attraverserà
- come le stazioni sono attraversate dai treni
...
4. Innanzi tutto: l’eccesso
d’informazione finisce sempre con l’essere
blobs. In questo senso direi che è il “nuovo
stile internazionale”. In particolare: se
con blobs si intende la sovrapposizione e l'accumulazione
di stili - che produce di fatto una massa indistinta
in grado di coprire tutto ciò che è
alla sua base - allora forse è un particolare
effetto cui mirano alcuni intellettuali, ivi compresi
architetti e designer che usano applicazioni software.
Non apprezzo ! Credo che sia una maniera facile
per esprimere la confusione che attraversa il
nostro mondo.
Forse tutta la nostra società, oggi, è
un gigantesco blobs, ma proprio per tale ragione
s’impone un’esigenza di analisi e
di chiarezza che manca a questo tipo di generiche
denuncie.
Qui la denuncia mi sembra coincidere col male
che denuncia.
5. Consiglio - con la massima
cortesia - di rendere più nitida la domanda.
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|
Genco
Gulan 1.
I like to mix things when I am cooking omelette
but I do not like to mix my tea with anything
else.
2. Any one can make eggs but
becoming a good cook requires other things. And
if one day every one begins to cook than maybe
we need to find methods to serve uncooked.
3. The relations between cinema,
literature and art are very similat to the chicken
and egg dilemma. You can not seperate one from
the other.
4. Eggs have no corners but if
they did have, they would have been very painfull
for the chicken.
5. With the massproduction of
eggs the pricess of fall down but I started not
to get any taste from them. Yes, one can grow
chickens at home in theory but it is better to
demand back organic chicken farms.
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|
Pete
Hindle 1.
Who cares? People with money. Who remixes? People
without money. 'Nuff said.
2. Two words: Will Eisner.
This stuff isn't new. Information will always
find other ways of being represented - Will Eisner
was a comic book artist, hired by the US Government
during WWII to draw instructional books. He changed
one sort of information (boring manuals) into
easily digestable narratives.
As to who moves the information around - it's
up to them what they want to call themselves.
3. The best way to provoke the
discussion of subjectivity is to create discussion.
So, you're probably most aware of the subjective
nature of you're experience about three minutes
after leaving the show/film/gig, when the person
you went with turns to you and says "I thought
it was rubbish!"
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|
Nicoletta
Ostuni 1.
Non si può limitare l’espressione
artistica. Non vanno imposte regole arbitrarie,
secondo me, ma piuttosto abolite. C’è
da chiedersi tuttavia se il Remix non possa diventare
esso stesso un limite. Chi si cimenta in tale
forma d’arte infatti rischia di utilizzare
forme vuote, separate dal presente, ignote al
grande pubblico, appannaggio unico di eruditi.
Questo stile ha tutte le carte in regola per trasformarsi
in una sorta di codice comprensibile solo agli
addetti ai lavori, evolvendosi in un contenitore
privo di valore comunicativo.
2. La cultura mediatica ha recuperato
dalla “narratologia” (narratore, punto
di vista, fabula, intreccio e così via)
lo schema attraverso il quale far passare l’informazione.
I telegiornali non si limitano più a trasmettere
notizie, ma usano le immagini filtrandole attraverso
una visione che si accompagna con le “istituzioni
letterarie”. È sempre più
stretto il rapporto fra televisione e letteratura.
La prima utilizza forme, schemi, modelli derivati
dalla seconda. La televisione non solo trasmette
prodotti cinematografici legati ai più
vari modelli letterari, ma sfrutta questo patrimonio
secondo le specifiche modalità del genere
narrativo e lo trasforma in immagini offrendo
al consumatore l’abitudine alla letterarietà,
trasferendo così il rapporto con il libro
fuori dal proprio contesto e dal contatto con
la pagina scritta. Il medium televisivo in tal
modo, soprattutto in questi ultimi anni ha inventato
un nuovo modo di affabulazione in grado di raccontare
il mondo e soprattutto di interpretarlo. Ma per
raggiungere simili risultati bisognerà
sempre coniugare cultura e padronanza degli strumenti
che la tecnologia ci mette a disposizione.
3. Non solo cinema e letteratura,
ma l’arte contemporanea in genere sente
la necessità di rappresentare la soggettività.
Un prepotente bisogno di espressione dell’Io,
tuttavia, rischia di appiattirsi su una convenzionale
esibizione e il soggetto si fa prigioniero di
un orizzonte asfittico. Altre volte, le diverse
forme dell’arte, interagendo e abolendo
steccati, ci restituiscono la multiforme diversità
della psiche.
I media digitali sono nati probabilmente da questo
bisogno di amalgama dove scrittura, immagini,
suoni, filmati e nuovi materiali costituiscono
la forma espressiva della modernità.
La peculiarità del digitale consiste inoltre
nelle possibilità che ogni individuo ha
di attingere a sempre più vasti database,
interagire e collaborare rapidamente, indagare
nel presente, ma soprattutto di accelerare i processi
comunicativi, abolendo la distanza. Una tecnologia,
solo sino a pochi anni fa impensabile, ha permesso
all’individuo di entrare nel presente, pur
con tutte le sue contraddizioni, attraverso strumenti
mediatici sempre più sofisticati e alla
portata di tutti. Che ci piaccia o meno, questa
è la nostra dimensione e con essa dobbiamo
fare i conti.
4. Da sempre la scoperta di tecniche
innovative influenza le modalità espressive
contribuendo alla diffusione di nuovi stili. L’avvento
del computer ha modificato la natura dell’arte,
della sua produzione e fruizione. Il mutamento
comporta del resto un più generale mutamento
antropologico, forse più radicale e profondo
di quello introdotto dalla diffusione della stampa
e certamente assai più sconvolgente delle
modificazioni apportate dall’invenzione
della macchina da scrivere.
Il corpo non agisce più sulla materia ma
è il software a determinare e condizionare
la creazione nel farsi forma concreta.
Chi produce ha una tastiera, uno schermo e una
serie di possibilità virtuali offerte dal
software, e un oggetto che si può modificare
in relazione a diverse progettualità e
modalità d’approccio. È per
questo che i “Blobs”, pur essendo
un effetto dell’utilizzo di applicazioni
software, sono stati riconosciuti in architettura
come nel design per lo stile innovativo. Non a
caso molti critici definiscono la loro struttura
isomorfa “stile internazionale”.
5. Internet è per tutti
noi un formidabile mezzo di diffusione di materiale.
Suoni, filmati, ma anche immagini e testi sono
incessantemente scaricati dalla rete. L’utilizzo
che ne viene fatto il più delle volte è
ridotto al semplice immagazzinamento e alla fruizione
diretta. Risulta difficile a chi utilizza questi
nuovi software immaginare di poter interagire
con essi attraverso l’uso di programmi più
sofisticati e produrre in maniera autonoma filmati,
suoni e immagini.
Diverso risulta l’atteggiamento di chi sa,
già nell’intraprendere gli studi
o affacciandosi al mondo del lavoro, di potersi
avvalere per i più svariati scopi di software
accessibili anche ai non addetti ai lavori.
Così, mentre la spaccatura tra “media
amateurs” e “media professionals”
riguarda ancora le vecchie generazioni, i più
giovani sanno già sfruttare le tecnologie
più avanzate.
Secondo me ciò è dovuto al fatto
che le nuove generazioni vivono in un periodo
storico dove, per la rapidità dei mutamenti,
le abitudini non hanno il tempo di coagularsi.
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Emanuela
Zilio 1.
Credo che la dimensione di “remix”
sia abbastanza naturale per l’uomo, perché
la curiosità e l’inventiva non possono
essere unidirezionali. Mescolare idee, impulsi,
ispirazioni è proprio dell’uomo comune
così come del “genio”, la differenza
di scala si attua nella diversa sensibilità.
I musicisti possono usare solo poche note - il
resto è natura, interiorità, meccanicità
che li circonda – eppure, i brani che nascono
sono diversi gli uni dagli altri. I grandi artisti
e i grandi pensatori hanno avuto la volontà
di avvicinarsi ai molteplici maestri che li avevano
preceduti - di attingere alla loro conoscenza
e creatività - e insieme la capacità
di digerire quegli input sino a generare qualcosa
di personale e nuovo…fino ad un Picasso
che citando Velásquez ritorna bambino.
Quando si è piccoli le informazioni sono
omogenee, è l’educazione che separa
delle categorie di pensiero ed azione e pone dei
limiti artificiosi alla conoscenza trasversale.
2. La visualizzazione delle informazioni
ha già una storia piuttosto datata, con
alcuni esempi clamorosi come quelli dell’Isotype
o dei grafici descritti da Edward Tufte (Visual
Explanations, Envisioning Information, The Visual
Display of Quantitative Information, and Data
Analysis for Politics and Policy). La visualizzazione
dei dati soddisfa il principio della minor quantità
di inchiostro per la maggior quantità di
informazione possibile e la capacità innata
dell’uomo di attingere alla conoscenza attraverso
lo sguardo. E’ stato dimostrato negli anni
’70 come il miglior modello di apprendimento
sia quello che si ottiene attraverso immagini
tridimensionali, perché più di tutte
corrisponderebbero alle nostre strutture neuronali.
Visualizzare l’informazione significa astrarla
dalla parola per renderla più intuitiva
e quindi rapidamente accessibile. Penso che il
processo sia in rapida diffusione, proporzionalmente
alla distribuzione dei nuovi media.
3. Non credo che l’arte
contemporanea stia trascurando la psicologia e
la soggettività umane, soprattutto se si
parla di arte legata ai nuovi media. Lo sta facendo
piuttosto con forme e linguaggi diversi, perché
l’artista dietro al monitor o dietro al
pennello grafico parla di sé con un mezzo
nuovo. E soprattutto il mondo in cui propone il
suo racconto ha degli orecchi mai visti prima
per ascoltarlo. Issey Miyake arriva a proporre
una serie di “loading woman” e “loading
man” nel suo sito…La soggettività
umana, attraverso i nuovi media, acquista la capacità
di riaffermare la propria identità e di
vedere oltre gli oggetti.
4. La natura è caratterizzata
da funzioni continue, ovvero fondamentalmente
da curve ed elementi smussati…nel nostro
corpo non esistono asperità. Angoli e strutture
ortogonali sono invece rappresentazioni “semplificate”,
proprie dell’uomo, e ideate per poter creare
oggetti gestibili e risolvere più agilmente
una serie di problematiche. I “blobs”
nascono probabilmente dalla possibilità
sempre più raffinata offerta dai nuovi
softwares di ri-avvicinarsi alla natura. I primi
programmi erano relativamente semplici e rientravano
nel dominio di sviluppatori e utenti tecnici.
L’evoluzione di softwares di grafica e modellazione
3D ha abilitato l’accesso ad una serie di
strumenti e risorse -anche molto complessi -per
un’utenza dal background variegato. Sembra
che la tendenza sia questa anche in fatto di interfacce:
parlare di “natural interfaces” significa
abbandonare gli artifici ingegneristici (guanti,
occhialini, casco,…) per tentare di riappropriarsi
dei sensi.
5. Forse è ancora un po’
presto per accertare il fallimento. Sta diventando
adulta in questi anni la generazione che per prima
ha potuto sperimentare i media interattivi e quindi
la possibilità di trasformarsi da user
a prod-user… non se ne possono ancora valutare
bene le ricadute. La chance di confrontarsi nei
blog, di inventarsi un viaggio senza metter piede
in un’agenzia, di diffondere idee e progetti
sembra testimoniare d’altro lato una sempre
maggior consapevolezza della possibilità
di “fare qualcosa di proprio attraverso
il mezzo”, di esercitare una volontà
diretta. I sistemi digitali stanno spingendo in
questo senso, se anche i giornalisti vengono addestrati
a riprendere, montare e commentare il proprio
servizio autonomamente dalla loro postazione.
La progressiva diffusione di computer leggeri
e potenti apre inoltre la possibilità per
molti di poter utilizzare uno strumento professionale
e di dar vita dunque a prodotti di alto livello.
Non ritengo che la grande sfida per il presente
risieda nell’utilizzo di lettori MP3 o nella
possibilità di masterizzare dei DVD: si
tratta pur sempre di dispositivi di storage, più
o meno capienti. Il problema dell’obsolescenza
piuttosto rapida dell’hardware e del software
non viene risolto. Non cambia nemmeno l’esigenza
di strutturare i dati. Credo che le cose muteranno
quando si arriverà a concepire la rete
come ambiente condiviso di erogazione/conservazione
e a postulare il disordine…la possibilità
di reperire un’informazione (di qualsiasi
natura essa sia) senza dover prima pre-strutturare
il sistema di riferimento. Peter Greenaway afferma:
"Creation, to me, is to try to orchestrate
the universe to understand what surrounds us.
Even if, to accomplish that, we use all sorts
of stratagems which in the end prove completely
incapable of staving off chaos." Le tecniche
di machine learning e pattern recognition stanno
lavorando anche in questo senso.
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|
Gigiotto
Del Vecchio
1.
La cultura del remix, del ripartire e rielabolare
qualcosa di già sostenuto è una
necessità. Una necessità perchè
ogni esperienza deriva da altre ed altrui esperienze
che vengono, in maniera più o meno cosciente,
rielaborate. Credo che l'idea di remix coincida
con l'idea di confronto e di possibilità
ulteriore, che a me sta particolarmente a cuore.
L'aspetto democratico del campionamento è
meravigliosamente infinito, ci si appoggia su
delle basi e le si può riutilizzare, riscrivere
come si vuole. distruggendo o proponendo. ma è
questa la sfida. Ogni cosa può essere remixata
a patto che il rimissaggio rientri in un'operazione
concettuale ben precisa, che si tratti di furto
o di pura citazione poco importa. l'importante
è che funzioni in un regime propositivo,
culturale e di qualità. L'etica del remixing?
Onestà intellettuale, coscienza, conoscenza,
cultura.
2. L'informazione è parte
integrante del processo creativo. fa parte del
dna della creatività e poco importa come
la si traduca da un punto di vista tecnico. la
popolarità di tale elemento è fisiologica
e perciò difficilmente contestualizzabile
e controllabile.
3. La psicologia umana per forza
di cose si adegua alla contemporaneità.
credo che l'arte contemporanea lavori già
da tempo sulle sfumature della personalità
e della psicologia, forte dell'enorme possibilità
che la contraddistingue da tutte le altre discipline
culturali: il fare finta di non doversi concentrare
sui mezzi, che siano pennelli, scalpelli, objects
trouvé o tecnologie varie, a sua immensa
e naturale disposizione.
4. Non so.
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|
Luigi
Pagliarini 1.
Noi viviamo nell'era elettronica. All'interno
di quest'era, vi sono prodotti artistici di differente
livello, qualità e tipo: osserviamo prodotti
culturali e prodotti subculturali. È accaduto
in ogni era. Il “remix”, in particolare,
né più né meno com’accade,
ad esempio, con il Grande Fratello in TV è
certamente un prodotto sottoculturale (o un sotto
prodotto culturale).
Ne consegue che, l’interrogarsi su eventuali
limiti da apporre ad un prodotto sub artistico
com’è il remix suona come sparare
alle formiche con il cannone, insomma, è
un falso problema. E poi, c’è sempre
stato chi compone e chi (r)interpreta, anche nella
più classica delle culture.
2. Non sono affatto d’accordo.
Credo, viceversa, che le informazioni siano da
sempre tradotte e veicolate graficamente. I geroglifici
ne sono una chiara testimonianza. E poi tutte
le società hanno sempre usato la visualizzazione
grafica in tal senso. Si pensi, ad esempio, ai
linguaggiasiatici, agli ideogrammi. Più
“visualizzazione grafica” di così!
3. Giuro che non voglio esser
polemico ma, anche qui, non mi trovo. Ma chi ha
detto che gli artisti elettronici non si occupano
di raffigurare aspetti personologici e, più
in generale, il concetto d'individualità?
Di esempi, in tal senso, ce ne sono davvero tanti.
Probabilmente, chi vi parla è uno di questi:
nel bene e nel male faccio arte elettronica di
estrazione psicologica (e ricerca in tal senso)
da 12 anni! Poi, se vogliamo far riferimento ad
un artista più popolare ci basterà
pensare a Stelarc!
4. I Blobs non son altro che
geometrie eventualiste successivamente rielaborate
(attraverso algoritmi genetici, reti neurali,
e frattali) ed applicate su di un piano tridimensionale.
Concettualmente, non v'è di certo assolutamente
nulla di nuovo. Difatti, si tratta di un adattamento,
in ambito di architettura e/o design di ciò
che alcuni artisti visivi facevano già
negl'anni ‘60, estraendo i numeri casuali
coi dadi!
Nella storiografia di Sergio Lombardo è
possibile rintracciare la testimonianze di Blobs
su piani bidimensionali (che lui le chiamava “isole”)
mentre, nei lavori di Karl Sims, degl’anni
’90, troviamo le prime applicazioni di una
simil logica su piani tridimensionali (e con in
più implicazioni motorie negl’oggetti).
Ovvio, ciò non toglie che, una volta che
tal semeiotica ha raggiunto alcune nuove fasce
di pubblico, cioè quelle più prossime
ad architetti e designers, attraverso artefatti
che sono, in termini applicativi, ‘diversi’,
le ha letteralmente colte di sorpresa e si è
gridato al miracolo, alla scoperta. Ma, semplicemente,
non è vero!
Premesso ciò, per rispondere più
direttamente alla domanda, credo sì che
le geometrie non-euclidee (e di questo che si
tratta e di cui stiamo parlando) siano certamente
LA direzione. Ma, ribadisco, nulla a che veder
con architetti e designers. Non è sicuramente
loro prerogativa.
Ci mancherebbe.
5. Aiuto!!! Io continuo a non
capire... Credo che la produzione ed il consumo
dei media siano aumentate perchè, nel terzo
millennio, è aumentata la ricchezza dell'occidentale
medio.
In che senso la prima affermazione, unita alla
seconda dimostra qualcosa? Più semplicemente,
potrebbe esser che io, Luigi Pagliarini, al tempo
T(x) sono un consumatore, al tempo T(y) sono produttore?
E, guardacaso, in effetti io sono al contempo
produttore e consumatore! Credo anche che come
me esistano milioni di persone. E voi?! Insomma,
se le cose stanno così, allora ricadiamo
esattamente all’interno del paradigma proposto
negl'anni Sessanta. No?
MP3 e DVD.. ma cos'è, non si sono già
diffusi? O è solamente una mia impressione?
Certo magari non in Burkina Faso! Ma lì
non siamo, a quanto pare, riusciti a diffondere
bene… nemmeno la sopravvivenza!
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|
Andrea
Mi 1.
In linea di principio, no. Ma le questioni che
si sollevano appena si va ad approfondire il tema
sono, per lo meno, controverse. Alla base di molta
produzione audiovisiva contemporanea si pone l'estetica
e la poetica del frammento, ossia l'idea di costruire
opere nuove, contenuti nuovi, partendo dall'estrapolazione
di incisi, brandelli, pezzi di opere già
esistenti. Nella maggioranza di casi l'operazione
produce contenuti originali, spesso neanche lontanamente
riferibili ai frammenti presenti nell'imbastitura
dell'opera o comunque sufficientemente distanti
dal loro ambito di provenienza. La corrente del
Plagiarismo, ancora viva e fruttuosa, ha insegnato
molto in tal senso ed ha favorito non poco il
dibattito legato all'insensatezza di certo tipo
di protezione autoriale.
Non sono rari, ad ogni modo, gli esempi di manipolazioni,
riedizioni e interpretazioni in chiave di "remix"
che nulla aggiungono e nulla tolgono all'opera
di partenza. Difficile, in questi casi, giustificare
simili operazioni. Prendendo ad esempio la produzione
musicale contemporanea non è difficile
riscontrare una ipertrofia che se, da una parte,
favorisce l'orizzontalizzazione del fare, dall'altra
mette in circolo una enorme quantità di
musica alla quale risulta davvero difficile attribuire
un senso. Oltre che alla maggiore accessibilità
dei tools di auto-produzione questa tendenza è
da attribuirsi al dilagare della remix-mania.
La differenza, come spesso accade quando centra
di mezzo l'ingegno umano, la fa la pregnanza dell'opera.
Uno degli ambiti culturali nei quali, prima di
altri, si sono visti e potuti valutare gli effetti
della poetica del "campionamento" e
del "remix" è quello dell' hip
hop. Dopo molti anni di dibattiti, contese, procedimenti
legali e riflessioni sembra oramai pacifico il
principio secondo il quale "campiona ciò
che vuoi ma dichiara ciò che citi".
A leggere le playlist e le documentazioni, sempre
assai rigorose, dei lavori recenti di uno dei
massimi esponenti della remix-culture, Dj Spooky,
si trovano tutte le conferme alla giustezza di
tale procedura.
Al momento la piattaforma legal-filosofica di
Creative Commons pare la unica realmente sensata
per favorire e tutelare la creatività di
tutti i culture-jammers.
2. Non sono convinto, se il riferimento
è al contesto del vjing o più propriamente
del mixed media, che ciò che viene visualizzato
siano "informazioni". D'altronde i processi
di visualizzazione di dati testuali, sonori e
percettivi in genere è cosa di cui si può
trovar traccia molto a ritroso nel tempo. Il vero
elemento di innovazione che mi pare si possa cogliere
nell'ormai vasto panorama di produzioni che mescolano
piattaforme, linguaggi, media e supporti è
la "malleabilità" dell'opera,
la sua disponibilità a farsi suono, immagine
in movimento, ipertesto sensoriale contemporaneamente.
Nella sinestesia, nella capacità di attivare
più sensi contestualmente, sta il vero
elemento propulsivo di questi linguaggi meticci.
Nella sempre maggiore similitudine tra le prassi
generative di musica e video risiede, invece,
la ragione pratica dell'incremento di tali contesti
creativi.
La gestione di sequenze audiovisive secondo time-line,
l'implementazione gestionale di frammenti indifferentemente
sonori e visivi su piattaforme di riferimento
come MaxSmp, la diffusione di soluzioni software
per l'autogenerazione audiovisiva, sono tutti
elementi che fanno già parte del nostro
panorama tecnologico quotidiano e che spingeranno,
sempre di più, verso la creazione di contenuti
audiovisivi anche da parte degli "amateurs".
3. Credo che le soluzioni software
e hardware più ardite e innovative, oltre
ad ogni loro possibile up-grade, non faranno altro
che continuare ciò che hanno sempre fatto
la pittura come la poesia, la letteratura come
il cinema, le performance come la danza... raccontare
l'animo umano, le sue debordanti soggettività
e la sua imperscrutabile psicologia.
4. Il sogno di fregare Cartesio
e le sue geometrie a 90° è proprio
del contemporaneo architettonico. Il movimento
Organico, già molti anni addietro, aveva
anticipato soluzioni vicine a quelle che fluttuano
sui monitor dei giovani designer e, oggi più
che mai la forma fluida è mutevole si pone
come paradigma non solo estetico ma anche filosofico
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