Lev Manovich 5 questions about digital culture.
Vito Campanelli e Danilo Capasso stanno lavorando ad un nuovo libro, incentrato sulla percezione della cultura digitale. Il cuore di tale pubblicazione saranno le risposte a 5 domande sulla cultura digitale che ha pensato per noi, il teorico dei nuovi media, Lev manovich.
Durante gli utlimi cinque mesi abbiamo ricevuto tanti contributi ed alla fine ne abbiamo selezionato 50 che saranno pubblicati sul libro (di prossima uscita) dal titolo: "Le cinque domande di Lev Manovich sulla cultura digitale".
Vito Campanelli and Danilo Capasso are working to a new book, focused on the perception of the digital culture. The core of this pubblication will be the answers to 5 questions about the digital culture that, the new media theorist, Lev Manovich has thought for us.
During the last five months we have collected many contributes and finally we have selected 50 of them, to be published on the nextcoming book: "Lev Manovich five questions about the digital culture".
LE DOMANDE:

1. Viviamo nella cultura del “remix”. E’ giusto porre limiti a questa cultura?
2. Negli ultimi anni il lavoro sulla visualizzazione delle informazioni è diventato sempre più popolare e ha attratto l’interesse dei più talentuosi artisti e designers. E’ possibile che questo mezzo si diffonda come la stampa e la fotografia, o resterà sempre dominio dei professionisti?
3. Il cinema e la letteratura continuano il progetto moderno di rappresentare la psicologia e la soggettività umana, mentre il mondo dell’arte contemporanea non sembra troppo interessata a questo progetto. Come possiamo usare i media digitali per rappresentare la soggettività contemporanea in modi nuovi? Abbiamo veramente bisogno di farlo?
4. 'Blobs' in architettura e design, si tratta del nuovo stile internazionale della società dell’informazione o è piuttosto un particolare effetto creato da architetti e designer attraverso l’utilizzo di applicazioni software?
5. Mentre i tools per l’auto-produzione di media sono diventati sempre più accessibili e potenti, il consumo di media commerciali non è mai stato così diffuso, dunque la spaccatura tra “media amateurs” e “media professionals” sembra non essere mai stata così forte e ciò dimostra, ancora una volta, come sia fallita l’idea diffusasi negli anni Sessanta secondo cui le tecnologie avrebbero trasformato i consumatori in produttori. Cambierà mai lo stato delle cose? Come cambierà il consumo dei media in seguito alla diffusione di strumenti come i lettori MP3 ed i masterizzatori DVD?
THE QUESTIONS:

1. We live in 'remix' culture. Are there limits to remixing? Can anything be remixed with anything? Shall there be an ethics of remixing?
2. In the last few years information visualization became increasingly popular and it attracted the energy of some of the most talented new media artists and designers. Will it ever become as widely used as type or photography, or will it always remain a tool used by professionals?
3. Today cinema and literature continue the modern project or rendering human psychology and subjectivity, while fine art seems to be not too concerned with this project. How can we use new media to represent contemporary subjectivity in new ways? Do we need to do it?
4. 'Blobs' in architecture and design - is this a new 'international style' of software society, here to stay, or only a particular effect of architects and designers starting to use software?
5. While the tools to produce one own media have been more accessible and more powerful, people never consumed more commercial media than now. Thus the essential division between 'media amateurs' and 'media professionals' which got established in the beginning seems to be as strong as ever. In short, the 1960s idea that new technologies will turn consumers into producers failed over and over again. Will this situation ever change? What will be the next stage in media consumption after MP3 players, DVD recorders, CD burners, etc, etc, etc.?
Tra le rispsoste pervenute abbiamo scelto le seguenti 50:
The selected 50 questions are:

Ivanmaria Vele - Marco Cadioli - Domenico Quaranta - Monica Ponzini - Enrico Montemaggi - Daniele Cascone- MANIK- Alexis Turner - G$ - Francesco De Sio Lazzari - Genco Gulan - Pete Hindle - Nicoletta Ostuni - Emanuela Zilio - Gigiotto Del Vecchio - Luigi Pagliarini - Andrea Mi - Mike Faulkner - Geert Lovink - Esha Romain - Golan Levin - Paolo Pedercini - Angelo Rindone - Piero Golia - Chiara Passa - Rafaël Rozendaal - Diana Marrone - Carlo Prati - Peter Luining - Carlo Formenti - Angelo Plessas - Andreas Angelidakis - Tommaso Tozzi - Tatiana Bazzichelli - Patrick Lichty - Judson - Wilfried Agricola de Cologne - Shaun Wilson - Nadja Kutz - Massimo Torrigiani - Francesca Colasante - Luigi Sauro - Miltos Manetas - Cornelia Sollfrank - Andrea Benedetti - Marcello Bellan - Tiziana Terranova - Marcella Daniele - Stavros Bouras
Ivanmaria Vele

1. Remix nothing destroy everything. Fuck ethics. There is always going to be transformation. Everything flows. Indeed.
2. I really think we are in the age of angels/machines as Miltos Manetas would have said.
I am sure these new technologies will be used by more and more artists and they will be part of an universal standard.
3. We are here and there and elsewhere and so we are passionate beings as we have always been. new media are just adding an extra layer of communication.
4. Again it's about communication and layers. Each one of us can spread an infinitive number of thruths. The new software is exciting for the users but how boring that can be for the receiver? I mean we just have one life to live, isn't it? Or shall we dedicate to read to other people's blobs?
5. I am not sure there is such a clear cut divide between commercial media and amatorial productions. There is probably a technical difference but if a story can stand up it doesn't necesarilly need specific high tech tools to be narrated. I have experienced storytelling at a very minimal production cost which was by far more convincing then TV Films and Promos. Creativity makes it different.

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Marco Cadioli

1. Vorrei rispondere alle domande di Manovich partendo dall’idea, a me cara, che costruire i new media si sta rivelando un processo molto più ampio dell’invenzione di un medium con un proprio linguaggio. E’ la costruzione di un mondo altro, all’interno del quale ridefiniamo un’estetica ed un’etica, dei processi, delle relazioni. Molte delle tematiche affrontate dalla digital culture assumono un senso diverso se contestualizzate all’interno di questa consapevolezza.
Il mondo reale, quello della natura, lo abbiamo trovato già pronto e stiamo studiando da qualche millennio come diavolo funziona, cerchiamo nel micro, nel macro, formuliamo ipotesi e scopriamo leggi.
Il mondo digitale invece la stiamo costruendo da zero, da zero e uno direi, e ne conosciamo ogni minimo funzionamento perchè lo abbiamo inventato noi. Il digitale porta con se una sua logica legata al software che ne è alla base e gli spazi creati hanno un proprio modo di funzionare ed una serie di leggi alle quali sottostare, anche se in continua trasformazione. Il modo stesso di costruire ogni new media object porta con se la modularità e la ricombinazione possibile degli elementi così il mondo che si va costruendo usa come mattoni di base altri pezzi di quel mondo stesso, li rimixa, li riassembla. Immagini fisse e in movimento, testi, suoni, scripts, modelli 3d, textures, icone, menù, pezzi di codice, sono gli elementi di partenza che si ricombinano per formare il mondo che ci appare on line e tutti i suoi contenuti. Tutto è rimixato con tutto, più volte, morendo e rinascendo, stratificandosi come è avvenuto nel passaggio delle ere geologiche. Il remix non è solo una scelta estetica o di linguaggio, è alla base della natura stessa di questo mondo.
2. La visualizzazione delle informazioni è la chiave per l’accesso ai data base e le interfacce sui data base definiscono il paesaggio stesso della rete perchè danno forma ai dati, trasformano le informazioni in forme percepibili dall’uomo, creano spazi e nuovi oggetti manipolabili non solo e non più in senso metaforico. Il loro uso si sta diffondendo, molti lavori di net art presentati nell’exibition di Sintesi sono formidabili esempi di come la visualizzazione di data base e la possibilità di manipolazione offerta diventino potenti strumenti di conoscenza e quindi di presa di coscienza come per “They Rule”. Sono rappresentazioni proprie di dati digitali, più vicine all’oggetto trattato di quanto possano esserlo stampa e fotografia, e l’esperienza di manipolare questi dati sarà sempre più sensoriale.
3. Nei primi anni di vita dei new media si è riflettuto molto sul mezzo stesso e le opere di net art sono state spesso autoreferenziali, incentrate sui meccanismi stessi della comunicazione e dei media, didattiche nello smascherare il funzionamento e le implicazioni delle scelte che si stanno facendo per costruire la Rete. Ma da subito è stato centrale il tema della connessione tra i soggetti e della rete di scambi che ne scaturisce. I new media non si limitano a rappresentare una soggettività ma creano occasioni per vivere ed esprimere una soggettività contemporanea nei luoghi di incontro e dibattito.
Accade adesso, qui.
4. É curioso come sembrino essere più spiazzanti certi progetti pensati come opere architettoniche per il mondo reale rispetto ad una standardizzazione iper razionale degli spazi della rete. Architetti e designer tornano a pensare lo spazio manipolando e trasformando direttamente le forme e le superfici liberamente, senza vincoli se non quelli imposti dai materiali, e ne esce un’estetica nuova. La Rete invece, soprattutto nei luoghi più commerciali e istituzionali, resta spesso legata ai modelli dei media precedenti e continua a cerca lì le sue forme di comunicazione e di progetto piuttosto che studiare e accogliere le riflessioni e le evoluzioni dei linguaggi già esplorate dall’avanguardia artistica.
La spinta di un “international style” in architettura così legato al pensiero digitale può e deve contribuire alla qualità estetica degli spazi di dati come luoghi collettivi della Net society.
5. Il rapporto tra fruizione lineare e ipertestuale rimane complesso, lontano dalle aspettative più radicali dei primi tempi e anche i media interattivi propongono sostanzialmente contenuti con una bassa possibilità autoriale e partecipativa per il fruitore. Ma al di là delle possibilità di interazione con le opere e gli ipertesti i tools per creare il proprio media trasformano i consumatori in architetti in grado di contributi personali che definiscono la propria presenza in rete, di aggregazioni spontanee, di forme di espressione autonome in cui il piano amatoriale e professionale si sfuma, dove la scrittura collettiva è una realtà e in cui l’evoluzione dei linguaggi usati e il remix dei saperi è in continuo divenire.

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Domenico Quaranta

1. Non credo che ci siano, né che ci debbano essere, dei limiti al remixaggio che non siano quelli, superabili, imposti dalle ancora imperfette tecnologie utilizzate. E non credo ci debba essere un’etica del remixaggio, perché non credo che l’etica debba interferire in alcun modo con la nostra libertà di appropriarci – nel senso letterale di “fare proprio” – di qualsiasi artefatto cultu(r)ale. Quello che ha scritto Guy Debord nel 1956 è ancora valido: “Ogni elemento, non importa la provenienza, può servire a creare nuove combinazioni... Tutto può servire”.
Imporre dei limiti al remixaggio vorrebbe dire imporre dei limiti al pensiero.
Piuttosto, sono convinto che il missaggio – termine a cui preferisco quello, proposto da Bourriaud, di postproduzione – abbia bisogno di sviluppare una propria estetica.
2. Preferisco leggere il presente che prevedere il futuro, e il presente mi sembra dimostrare che i media digitali sono già, potenzialmente, nelle mani di tutti. Se è vero che esiste un livello alto di conoscenza del mezzo che è – e resterà a lungo – prerogativa di pochi esperti (come del resto per tutti i media), la maggior parte dei software richiedono un tempo di apprendimento inferiore a quello che serve per imparare a fare buone fotografie, o a girare dei video decenti. Sicuramente, molto dipenderà dalla capacità dei media digitali di farsi catalizzatori di immaginario, di andare incontro a certe esigenze e di creare le forme più adatte per determinati contenuti.
Nel frattempo, se l’utilizzo artistico dei media digitali resta ancora minoritario, stiamo assistendo a una estensione sempre maggiore, nell’arte contemporanea, delle pratiche, delle estetiche e delle forme da essi introdotte. Proprio come la fotografia, stanno cambiando la storia dell’arte ancora prima di entrare a farne parte. Il che induce a ben sperare...
3. Pur con le loro caratteristiche specifiche, le loro estetiche e i loro limiti, i nuovi media sono solo uno strumento, che come tale può essere impiegato tanto per proseguire del progetto moderno di resa della psicologia e della soggettività umana (o meglio per rispondere a un’esigenza ancora più profonda, quella di raccontare storie) quanto per sviluppare un discorso più sperimentale, metalinguistico e concettuale come può essere quello dell’arte. Sono convinto che abbiamo bisogno di entrambe le cose, e che a entrambe i nuovi media possano offrire nuove possibilità e nuove forme. Quali siano queste forme non lo so, ma credo che gli artisti, dalle prime narrative ipertestuali (Olia Lialina) ai flash movie di Han Hoogerbrugge, fino all’attesa fiaba-videogame di entropy8zuper, possano fornirci interessanti suggestioni al riguardo.
4. Il rischio di ogni nuovo strumento, si sa, è quello di generare un’infatuazione in grado di sviare l’attenzione di chi se ne serve dalle sue reali necessità. Esiste un uso infantile e un uso maturo del mezzo, e ho pochi dubbi che molti esiti bizzarri dell’architettura e del design nascano dalla prima condizione. Penso soprattutto a certi risultati dell’architettura generativa, ai parti mostruosi – fortunatamente rimasti quasi tutti allo stadio progettuale - di architetti che, di fronte all’alto livello di automazione del software e alle eccezionali qualità di ciò che produce sembrano perdere di vista ogni considerazione di carattere utilitario, estetico o urbanistico. Detto questo, è chiaro che architettura e design devono prendere atto della trasformazione dello spazio e del nuovo statuto dell’oggetto nella società dell’informazione, e agire di conseguenza.
5. Il fallimento delle utopie degli anni Sessanta ricorda un po’ quello della Rivoluzione Francese: certo seguiranno Robespierre e Napoleone, ma intanto nuovi valori sono emersi, nuovi ideali sono stati proclamati. Senz’altro non è nell’interesse dei produttori di contenuti perdere il controllo su di essi, e le stesse autorità politiche non vedono certo di buon occhio un uso consapevole e attivo dei media. Ma le utopie degli anni Sessanta erano nella mente di chi ha creato i nuovi media, e sono inscritte nel loro codice genetico. Si tratta di coltivare questi geni prima che vadano persi del tutto, e le controculture ci stanno provando.
Da un altro punto di vista, non credo che la condizione del consumatore sia poi così negativa. Si parlava all’inizio di remixaggio, una pratica diffusa che presuppone un consumatore attivo e consapevole. Bourriaud dice che “il consumatore estatico degli anni Ottanta sta scomparendo a favore di un consumatore intelligente e potenzialmente sovversivo: l’utilizzatore di forme”. Può darsi che si tratti di una condizione minoritaria, ma non è detto che lo resterà per sempre. Molto dipenderà certamente dalla sua uscita da un ambito antagonista, dal suo diventare “pop”: un processo avviato con successo dalla cultura deejay, che lascia ben sperare.

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Monica Ponzini

1. Remixare (mescolare, meticciare, ibridare) porta ad evolversi in nuove forme. Non penso ci debbano essere limiti in tal senso: la storia (non solo delle arti e della cultura in generale) procede grazie a questo… Non credo ci possa essere un’etica del remix, dato che il fenomeno è per sua natura dinamico, sfuggente, imprevedibile.
2. In ogni processo culturale c’è un’elite che detiene conoscenze più approfondite rispetto alla massa. Eppure, oggi più che mai la tecnologia digitale è diffusa ad ogni livello e “la massa” ha accesso sempre più libero e incontrollato a informazioni, dati, programmi. Le potenzialità per una diffusione capillare ci sono – ma una volta diventato popolare, in che cosa si trasformerà?
3. L’arte, come la letteratura e il cinema, è l’incontro di due soggettività (l’autore e il fruitore), all’interno di un sistema di riferimenti dati dal momento storico e dalla società in cui sono vissuti/vivono. Vedo differenze nelle modalità di rappresentazione, ma non nel fine. Oltre che la rappresentazione della soggettività, penso che i nuovi media possano segnare una svolta nella fruizione, nell’interazione tra le soggettività, per creare un’esperienza e un prodotto artistico ancora tutto da definire.
4. Ho poca considerazione della maggior parte degli architetti e designers, professionisti con una strana propensione a piegare lo spazio secondo le proprie utopie. Le possibilità date dai software sembrano aver acuito questa devastante tendenza. Del resto, i media digitali hanno cambiato il nostro modo di percepire lo spazio e la realtà: perchè dovevano restarne esenti i progettisti dello spazio per eccellenza?
5. Come sopra, rimarrà sempre una differenza di base tra i “professional” e gli “amateurs”. Eppure questi ultimi sono spesso molto consapevoli, comunicano liberamente con (tanti) altri come loro e, seppure non siano veri e propri producers, utilizzano e customizzano i prodotti, non li “consumano” solamente.

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Enrico Montemaggi

1. L’umanità è sempre vissuta in una cultura che si otteneva per il rimescolamento di ogni forma della conoscenza e dell’espressione. Ogni artista ha tratto ispirazione da ogni espressione e rappresentazione dell’arte, inoltre, con le sue opere, spesso richieste da un committente, doveva tradurre nella materia quei racconti e quella memoria che si voleva restassero come traccia di una esistenza che altrimenti sarebbe scomparsa. Una sorta di desiderio atavico di creare un supporto mnemonico duraturo che permettesse di leggere la propria storia, nelle forme permesse dalle scoperte che l’arte poteva utilizzare, dalla scrittura alla scultura. Quasi un frattale del nostro essere senziente che si sviluppa a partire da noi stessi e si espande nell’universo, attraverso le opere ed il loro contenuto metabolico, costituito dal linguaggio che ne permette la comprensione.
2. I professionisti sono coloro che dedicano la vita ad una certa forma di espressione, sono anche quelli che creano lo sviluppo dell’arte dietro il quale poi nascono gli utensili stessi idonei alla rappresentazione.Sempre vi sono stati individui che colpiti dalle forme di espressione artistica ne hanno fatto una personale attività privata. I professionisti operano invece per il pubblico, sono perciò individui che hanno scelto per necessità artistica o vitale di produrre cultura o comunicazione, e nel nostro mondo contemporaneo la rappresentazione visuale è diventata immagine digitale o proiettata, riassuntiva dei messaggi che sono capaci di traslitterare ancorché trasmettere emozioni. Il fatto che la fotografia o la ripresa di filmati siano così diffusi allargano in questo campo l’alfabetizzazione di larghi strati di popolazione, che non vengono solo colpiti dal messaggio emotivo, ma che ne comprendono anche i meccanismi di costruzione e spesso anche le finalità espressive. Nell’ideazione delle linee dei nuovi prodotti si osserva un procedere dello sviluppo basato anch’esso su un processo di espansione delle nostre capacità riproduttive. Nel progetto vi è una qualche forma di traccia genetica che si modifica per ragioni talvolta funzionali e tal’altre estetiche, in un’armonizzazione del prodotto stesso alla funzione che gli viene assegnata. Per compiere uno sviluppo intenso e continuo è necessaria proprio l’azione di un professionista, di un individuo che ha scelto di operare nel pubblico quel rimescolamento di esperienze, che sole possono portare a quegli sviluppi in parte casuali, in parte voluti per le nuove utilità e le nuove forme. Nel privato, restringendosi il campo dell’esperienza, può di certo nascere qualche singolarità, e così è stato nel passato, ma è nell’azione incessante del professionista che opera nella sfera pubblica che si manifestano quei progressi mutevoli della forma che per alcuni precede la conoscenza e che per altri la segue, divenendone col tempo espressione della cultura e della consuetudine.
3. Occorre considerare cinema e letteratura tra le belle arti, in fondo la letteratura lo è sempre stata, ed il cinema nasce dalla commedia, che nella forma del supporto di base è letteratura. Le narrazioni hanno sempre avuto la finalità di diffondere una qualche forma di conoscenza, e le narrazioni hanno sempre avuto la necessità di una memoria che permettesse loro di conservarsi nel tempo delle generazioni e per poter essere riprodotte. Dall’oralità, alla scrittura, alle sculture, ai supporti magnetici o ottici e chissà quali altri ancora lo scopo è sempre stato quello di conservare la memoria per trasmetterla con la tecnologia del narratore e spesso dell’artista. Vi sono eventi che ad ogni sobbalzo dell’emozione costruiscono pezzetti della psiche in ciascuno di noi, per l’artista diventano la materia prima della narrazione, e la narrazione è la premessa per ogni nuova forma sonora e visuale del racconto soggettivo che, quando vi sia naturale sintonia, può così espandersi verso la costruzione dell’umana psicologia.
4. Più che attraverso il Blobs lo stile umano si trasmette attraverso una espansione frattale, solo se il blob viene inteso come un frattale possibile, allora può essere vero che questa società informatica si stia sviluppando nel caos, secondo schemi che sono capaci di coagularsi attorno ad idee guida che segnano i nuovi percorsi della speranza. L’arte ormai si manifesta anche nelle forme esteriori (estetiche) di tutto ciò che traccia il modello e l’essenza della nostra società, che diventa di consumo proprio per poter continuare a vivere, senza necessariamente tentare di sopravvivere a se stessa, poiché ciò sarebbe comunque individualmente impossibile. Il software costruisce il libro genetico del nostro essere homo faber. Se osservate lo sviluppo della forma in prodotti di largo consumo quali ad esempio le automobili che hanno raggiunto insieme agli elettrodomestici, gli apparecchi visuali, il più elevato livello di sviluppo, tutta la storia del loro processo progettativi e produttivo è ormai scritta nei computer aziendali che sono i depositari multipotenziali delle capacità riproduttive di quei beni, sia come cloni di un unico prototipo, che può essere curato per correggerne i difetti, o come nuove generazioni che conservano una maggioranza di geni preesistenti, ma che si innovano proprio per la trasmissione della espansione della conoscenza, dell’espressività dell’arte, in una parola, per i nuovi bisogni fisiologici ed espressivi che nascono nel committente che sempre più spesso oggi viene chiamato o si identifica col cliente.
5. Ogni perfezionamento dell’esistente non rappresenterà una vera novità, ma solo il miglioramento continuo di un processo vitale legato al suo proprio consumismo, orientato all’area privata di ogni singolo individuo. La penuria di cinema o televisioni, all’esordio di quei mezzi, obbligava la gente ad uscire dal privato verso la sfera pubblica, la sola che poteva offrire quel genere di intrattenimenti. Ma la spinta alla fruizione privata delle proprie emozioni, come sfera riservata del proprio essere, viene molto favorita dal basso costo e dall’alta diffusione di mezzi personali di memorizzazione o di rappresentazione della realtà. I media professionali devono tenere conto di questa realtà. Tutto ciò che può essere prodotto con facilità e a basso costo finisce nella fruizione privata, tutto ciò che può essere prodotto con costi elevati e con prestazioni artistiche dirette, non può che avere bisogno di grandi spazi pubblici. Una autentica novità sarà la scoperta e la diffusione di sistemi tridimensionali e virtuali delle rappresentazioni, non solo artistiche, ma anche industriali. Quando si sarà capaci di far corrispondere ad ogni punto dello spazio una emissione luminosa che ne dia la rappresentazione, si sarà anche in grado, successivamente, di sostituire a quel punto la materia e saremo definitivamente precipitati nel mondo di Matrix.

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Daniele Cascone

1. E' così da sempre. Il fatto che oggi ci sia molto più rimescolemanto rispetto al passato è dato dal fatto che siamo connessi in maniera più facile e diretta con il resto del mondo. TV, stampa, radio e Internet ci permettono di accedere ad altre culture e farle diventare nostre. E l'uomo, come ha fatto da sempre, assorbe e rielabora, evolvendosi in continuazione.
Quello che forse può stupire oggi è la VELOCITA' con cui ciò avviene. Tutta la cultura di massa che ci circonda è pesantemente determinata dalla moda e si reinventa/ricicla/modifica in tempi brevissimi. Non c'è il tempo di assimilare una corrente che subito ne arriva un'altra.
Ritornando alla domanda, è giusto porre limiti? Non saprei. Di certo vale la solita regola: che gli estremi non portano mai a nulla di buono. E' giusto attingere e farsi ispirare da diverse fonti, ma il troppo rimescolamento, soprattutto se fatto in tempi brevissimi, porta ad una perdita di identità e alla creazione di una cultura "rumorosa" (oserei dire "usa e getta") che è destinata a passare subito in secondo piano per far posto alla prossima.
2. E' indubbio che con il tempo si diffonderà sempre in scala maggiore.
Il problema è vedere in che modo questa diffusione sarà attuata. Se cioè porterà ad un effettivo progresso, oppure sarà un altro dei tanti media controllato da pochi ma rivolto alle masse. Il web è uno strumento innovativo che, grazie alla sua interattività, permette non solo di essere semplici spettatori, ma di poter far parte anche attivamente del mondo dell'informazione.
Una rivoluzione che certamente porta pesanti cambiamenti se diffusa in larga scala, entrando a far parte del quotidiano della maggior parte delle persone. Cambiamenti positivi per l'elevazione culturale delle persone, ma anche pericolosa sotto il punto di vista delle multinazionali, governi e lobby perchè comporta anche una certa presa di coscienza, solitamente ostacolata. Bisogna quindi vedere quali di questi due aspetti prevarrà in futuro.

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MANIK

1. First we "must"accept axiom that we live in "remix"culture.Is there any valid and general consensus about terms "remix"and "remixing"?
If there's we need to know exactly which area they covered.Any other approach is arbitrary and lied to friendly chat.
Any high define product,or action(if we accept "remixing")could have limits,but same time not-depend which logic we impute.
What's "anything"in philosophical sense?Event or rule?I understand that question in that way:"Can x be remixed with x?"Why not?Why? Depend on logic you impute to make condition(something)convenient for ethics consideration.
2. Are you looking for my convictions or you want me to be a prophet?
3. We think that you have wrong judgment about role of human psychology and subjectivity between,from one side cinema and literature,and from the other side fine arts.Also Project is immanent to Modernism and we could think that you are not familiar with New Modern(H.Klotz),which was mostly connected with fine arts. Consequence's that we hawe continuation of New Modern Project in "new media".
5. While the tools to produce one own media have been more accessible and more powerful, people never consumed more commercial media than now. Thus the essential division between 'media amateurs' and 'media professionals' which got established in the beginning seems to be as strong as ever. In short, the 1960s idea that new technologies will turn consumers into producers failed over and over again. Will this situation ever change? What will be the next stage in media consumption after MP3 players, DVD recorders, CD burners, etc, etc, etc.?
Next stage is new aesthetic!

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Alexis Turner

1. Who cares? We don't live in a remix culture. Culture implies tradition and time. We live in a remix fad. In 10 years, we will look at our remixed clothes and design and wonder what the hell we were thinking, and we will burn with shame when we see pictures of ourselves wearing clothes that were just as stupid when our parents wore them 30 years ago.
2. It will remain a tool of professionals. Type has a one to one relationship with the object it represents. The typed letter "A" represents the spoken sound "a." It is not abstract and is therefore not terribly relevant to compare it to photography or information visualization. Photography is more interesting, in that you can have photography that has the same one-to-one relation as type (not abstract, point and shoot, the result appears as the subject, tourist photos) and requires no special or expensive implements (can be done with a disposable or point and shoot camera and taken to the lab to be developed), but you can also have more complex, abstract, technically proficient, and/or equipment-intensive photography. The former is accessible to all, and the latter tends to be practiced only by the professional.
Photography as an example illustrates why information visualization will probably remain primarily in the hands of the professional, at least for the immediate future.
- It often requires technical skill (programming),
- abstract thinking capabilities (there are few set rules at this phase, so information visionaries must still develop their own language and definitions),
- money and tools for computing power,
- and it is often used to display unusually large or complex relationships between data which are not usually necessary for non-academic or research purposes.
Is it possible that some or all of the above difficulties will be overcome? Sure. But even in that case there is no guarantee that the technique will make it's way into the mainstream. Librarians have been information retrieval professionals for hundreds of years, but their knowledge is still considered arcane.
3. I am still trying to answer this question for myself.
4.Blobs are to current architecture what post-war architecture was to the last century: a knee jerk reaction that will be deeply regretted by suburbanites in another 50 years.
5. I have come to the depressing realization that people are lazy fucks and do not want to produce things for themselves. I wish there were a fascinating and academically obtuse answer to this question.

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G$

1. 'remix' culture limits to remixing Are there? Can We live in anything remixed with anything Shall be? be there an ethics of remixing?
2.Yes.
(Please note this answer is copyright protected see below)
This Agreement (the “Agreement”) is made by and between ______________________ (“Owner”), and ______________________, with its principal place of business at __________________ (“Organization”).
RECITALS
A. Organization is [describe organization], engaged in [describe activities that are relevant to the desire to license Owner's copyrighted material].
B. Owner owns the copyright to certain materials relating to [describe activity] and is willing to allow Organization to copy and utilize such materials under the terms herein set forth.
NOW THEREFORE, in consideration of the mutual covenants and promises herein contained, the Owner and Organization agree as follows:
1. This Agreement shall be effective as of (the “Effective Date”).
2. Owner hereby grants Organization a non-exclusive right to copy certain materials described in Attachment A (the “Material”), in whole or in part, and to incorporate the Material, in whole or in part, into other works (the “Derivative Works”) for Organization’s internal use only.
3. All right, title and interest in the Material, including without limitation, any copyright, shall remain with Owner.
4. Owner shall own the copyright in the Derivative Works.
5. This Agreement may be terminated by the written agreement of both parties. In the event that either party shall be in default of its material obligations under this Agreement and shall fail to remedy such default within sixty (60) days after receipt of written notice thereof, this Agreement shall terminate upon expiration of the sixty (60) day period.
6. Attachment A is incorporated herein and made a part hereof for all purposes.
7. This Agreement constitutes the entire and only agreement between the parties and all other prior negotiations, agreements, representations and understandings are superseded hereby.
8. This Agreement shall be construed and enforced in accordance with the laws of the United States of America and of the State of Texas.
IN WITNESS WHEREOF, the parties hereto have caused their duly authorized representatives to execute this Agreement.
[Full Name of Owner]
By:____________________
[Name] _________________
[Title]___________________
Date:____________________
[Full Name of Organization]
By:____________________
[Name] _________________
[Title]___________________
Date:____________________
3. -bash: Today cinema and literature continue the modern project of rendering human psychology and subjectivity, while fine art seems to be not too concerned with this project. How can we use new media to represent contemporary subjectivity in new ways? Do we need to do it? : command not found
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5. Acetate/Vinyl Records, Rotary Telephones, Zoetropes, the Semivisor, recycled machines are responding to these question which are valid, distinct, and interesting questions.

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Francesco De Sio Lazzari

1. Dipende. Non ho nulla contro il remix, sempre che il remix non sia un modo per coprire una mancanza di reali contenuti. Il remix può essere uno strumento potente, o può celare il vuoto. Si tratta di valutare caso per caso.
In linea di principio - e da un punto di vista storico - direi che le epoche di ... remix sono epoche di decadenza. E lo dico senza formulare giudizi di valore.
Quando una società e la sua cultura avvertono segni di cedimento, ecco che il remix incomincia sempre a diventare più frequente ...
2. Beh ... ma stampa e fotografia sono rimaste dominio dei professionisti ! O mi sbaglio ? Comunque, anche se la “visualizzazione delle informazioni” richiede un livello più complesso di conoscenze, non credo che questo sia il problema.
Il problema è che non ritengo stampa e fotografia alla ‘portata’ di tutti.
In fondo, sono pur sempre ... nella mani dei “chierici”, di alcuni chierici.
C’è un errore di prospettiva nella domanda.
3. Sono due domande distinte, e richiederebbero - ciascuna delle due - discorsi molto articolati.
Non saprei dire, ora come ora, in quale modo i media digitali possano essere usati per “rappresentare la soggettività contemporanea in modi nuovi”. Occorrerebbe pensarci bene, e avere anche una buona preparazione psicologica (oltre che culturale).
Sul fatto che si abbia bisogno di “rappresentarla” (la soggettività contemporanea), e di farlo in modi nuovi, nessun dubbio.
Proprio perché siamo nella società delle immagini e della comunicazione (e Internet è un fattore di grande rilievo nell’invasione d’immagini e di notizie da cui siamo sommersi), è necessario porre un argine, riuscendo a conservare la centralità dell’io come oggetto di costante riflessione.
Altrimenti diventeremo soltanto un crocevia per un ininterrotto flusso di dati che ci attraverserà - come le stazioni sono attraversate dai treni ...
4. Innanzi tutto: l’eccesso d’informazione finisce sempre con l’essere blobs. In questo senso direi che è il “nuovo stile internazionale”. In particolare: se con blobs si intende la sovrapposizione e l'accumulazione di stili - che produce di fatto una massa indistinta in grado di coprire tutto ciò che è alla sua base - allora forse è un particolare effetto cui mirano alcuni intellettuali, ivi compresi architetti e designer che usano applicazioni software.
Non apprezzo ! Credo che sia una maniera facile per esprimere la confusione che attraversa il nostro mondo.
Forse tutta la nostra società, oggi, è un gigantesco blobs, ma proprio per tale ragione s’impone un’esigenza di analisi e di chiarezza che manca a questo tipo di generiche denuncie.
Qui la denuncia mi sembra coincidere col male che denuncia.
5. Consiglio - con la massima cortesia - di rendere più nitida la domanda.

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Genco Gulan

1. I like to mix things when I am cooking omelette but I do not like to mix my tea with anything else.
2. Any one can make eggs but becoming a good cook requires other things. And if one day every one begins to cook than maybe we need to find methods to serve uncooked.
3. The relations between cinema, literature and art are very similat to the chicken and egg dilemma. You can not seperate one from the other.
4. Eggs have no corners but if they did have, they would have been very painfull for the chicken.
5. With the massproduction of eggs the pricess of fall down but I started not to get any taste from them. Yes, one can grow chickens at home in theory but it is better to demand back organic chicken farms.

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Pete Hindle

1. Who cares? People with money. Who remixes? People without money. 'Nuff said.
2. Two words: Will Eisner.
This stuff isn't new. Information will always find other ways of being represented - Will Eisner was a comic book artist, hired by the US Government during WWII to draw instructional books. He changed one sort of information (boring manuals) into easily digestable narratives.
As to who moves the information around - it's up to them what they want to call themselves.
3. The best way to provoke the discussion of subjectivity is to create discussion. So, you're probably most aware of the subjective nature of you're experience about three minutes after leaving the show/film/gig, when the person you went with turns to you and says "I thought it was rubbish!"

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Nicoletta Ostuni

1. Non si può limitare l’espressione artistica. Non vanno imposte regole arbitrarie, secondo me, ma piuttosto abolite. C’è da chiedersi tuttavia se il Remix non possa diventare esso stesso un limite. Chi si cimenta in tale forma d’arte infatti rischia di utilizzare forme vuote, separate dal presente, ignote al grande pubblico, appannaggio unico di eruditi. Questo stile ha tutte le carte in regola per trasformarsi in una sorta di codice comprensibile solo agli addetti ai lavori, evolvendosi in un contenitore privo di valore comunicativo.
2. La cultura mediatica ha recuperato dalla “narratologia” (narratore, punto di vista, fabula, intreccio e così via) lo schema attraverso il quale far passare l’informazione. I telegiornali non si limitano più a trasmettere notizie, ma usano le immagini filtrandole attraverso una visione che si accompagna con le “istituzioni letterarie”. È sempre più stretto il rapporto fra televisione e letteratura. La prima utilizza forme, schemi, modelli derivati dalla seconda. La televisione non solo trasmette prodotti cinematografici legati ai più vari modelli letterari, ma sfrutta questo patrimonio secondo le specifiche modalità del genere narrativo e lo trasforma in immagini offrendo al consumatore l’abitudine alla letterarietà, trasferendo così il rapporto con il libro fuori dal proprio contesto e dal contatto con la pagina scritta. Il medium televisivo in tal modo, soprattutto in questi ultimi anni ha inventato un nuovo modo di affabulazione in grado di raccontare il mondo e soprattutto di interpretarlo. Ma per raggiungere simili risultati bisognerà sempre coniugare cultura e padronanza degli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione.
3. Non solo cinema e letteratura, ma l’arte contemporanea in genere sente la necessità di rappresentare la soggettività. Un prepotente bisogno di espressione dell’Io, tuttavia, rischia di appiattirsi su una convenzionale esibizione e il soggetto si fa prigioniero di un orizzonte asfittico. Altre volte, le diverse forme dell’arte, interagendo e abolendo steccati, ci restituiscono la multiforme diversità della psiche.
I media digitali sono nati probabilmente da questo bisogno di amalgama dove scrittura, immagini, suoni, filmati e nuovi materiali costituiscono la forma espressiva della modernità.
La peculiarità del digitale consiste inoltre nelle possibilità che ogni individuo ha di attingere a sempre più vasti database, interagire e collaborare rapidamente, indagare nel presente, ma soprattutto di accelerare i processi comunicativi, abolendo la distanza. Una tecnologia, solo sino a pochi anni fa impensabile, ha permesso all’individuo di entrare nel presente, pur con tutte le sue contraddizioni, attraverso strumenti mediatici sempre più sofisticati e alla portata di tutti. Che ci piaccia o meno, questa è la nostra dimensione e con essa dobbiamo fare i conti.
4. Da sempre la scoperta di tecniche innovative influenza le modalità espressive contribuendo alla diffusione di nuovi stili. L’avvento del computer ha modificato la natura dell’arte, della sua produzione e fruizione. Il mutamento comporta del resto un più generale mutamento antropologico, forse più radicale e profondo di quello introdotto dalla diffusione della stampa e certamente assai più sconvolgente delle modificazioni apportate dall’invenzione della macchina da scrivere.
Il corpo non agisce più sulla materia ma è il software a determinare e condizionare la creazione nel farsi forma concreta.
Chi produce ha una tastiera, uno schermo e una serie di possibilità virtuali offerte dal software, e un oggetto che si può modificare in relazione a diverse progettualità e modalità d’approccio. È per questo che i “Blobs”, pur essendo un effetto dell’utilizzo di applicazioni software, sono stati riconosciuti in architettura come nel design per lo stile innovativo. Non a caso molti critici definiscono la loro struttura isomorfa “stile internazionale”.
5. Internet è per tutti noi un formidabile mezzo di diffusione di materiale. Suoni, filmati, ma anche immagini e testi sono incessantemente scaricati dalla rete. L’utilizzo che ne viene fatto il più delle volte è ridotto al semplice immagazzinamento e alla fruizione diretta. Risulta difficile a chi utilizza questi nuovi software immaginare di poter interagire con essi attraverso l’uso di programmi più sofisticati e produrre in maniera autonoma filmati, suoni e immagini.
Diverso risulta l’atteggiamento di chi sa, già nell’intraprendere gli studi o affacciandosi al mondo del lavoro, di potersi avvalere per i più svariati scopi di software accessibili anche ai non addetti ai lavori.
Così, mentre la spaccatura tra “media amateurs” e “media professionals” riguarda ancora le vecchie generazioni, i più giovani sanno già sfruttare le tecnologie più avanzate.
Secondo me ciò è dovuto al fatto che le nuove generazioni vivono in un periodo storico dove, per la rapidità dei mutamenti, le abitudini non hanno il tempo di coagularsi.

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Emanuela Zilio

1. Credo che la dimensione di “remix” sia abbastanza naturale per l’uomo, perché la curiosità e l’inventiva non possono essere unidirezionali. Mescolare idee, impulsi, ispirazioni è proprio dell’uomo comune così come del “genio”, la differenza di scala si attua nella diversa sensibilità. I musicisti possono usare solo poche note - il resto è natura, interiorità, meccanicità che li circonda – eppure, i brani che nascono sono diversi gli uni dagli altri. I grandi artisti e i grandi pensatori hanno avuto la volontà di avvicinarsi ai molteplici maestri che li avevano preceduti - di attingere alla loro conoscenza e creatività - e insieme la capacità di digerire quegli input sino a generare qualcosa di personale e nuovo…fino ad un Picasso che citando Velásquez ritorna bambino. Quando si è piccoli le informazioni sono omogenee, è l’educazione che separa delle categorie di pensiero ed azione e pone dei limiti artificiosi alla conoscenza trasversale.
2. La visualizzazione delle informazioni ha già una storia piuttosto datata, con alcuni esempi clamorosi come quelli dell’Isotype o dei grafici descritti da Edward Tufte (Visual Explanations, Envisioning Information, The Visual Display of Quantitative Information, and Data Analysis for Politics and Policy). La visualizzazione dei dati soddisfa il principio della minor quantità di inchiostro per la maggior quantità di informazione possibile e la capacità innata dell’uomo di attingere alla conoscenza attraverso lo sguardo. E’ stato dimostrato negli anni ’70 come il miglior modello di apprendimento sia quello che si ottiene attraverso immagini tridimensionali, perché più di tutte corrisponderebbero alle nostre strutture neuronali. Visualizzare l’informazione significa astrarla dalla parola per renderla più intuitiva e quindi rapidamente accessibile. Penso che il processo sia in rapida diffusione, proporzionalmente alla distribuzione dei nuovi media.
3. Non credo che l’arte contemporanea stia trascurando la psicologia e la soggettività umane, soprattutto se si parla di arte legata ai nuovi media. Lo sta facendo piuttosto con forme e linguaggi diversi, perché l’artista dietro al monitor o dietro al pennello grafico parla di sé con un mezzo nuovo. E soprattutto il mondo in cui propone il suo racconto ha degli orecchi mai visti prima per ascoltarlo. Issey Miyake arriva a proporre una serie di “loading woman” e “loading man” nel suo sito…La soggettività umana, attraverso i nuovi media, acquista la capacità di riaffermare la propria identità e di vedere oltre gli oggetti.
4. La natura è caratterizzata da funzioni continue, ovvero fondamentalmente da curve ed elementi smussati…nel nostro corpo non esistono asperità. Angoli e strutture ortogonali sono invece rappresentazioni “semplificate”, proprie dell’uomo, e ideate per poter creare oggetti gestibili e risolvere più agilmente una serie di problematiche. I “blobs” nascono probabilmente dalla possibilità sempre più raffinata offerta dai nuovi softwares di ri-avvicinarsi alla natura. I primi programmi erano relativamente semplici e rientravano nel dominio di sviluppatori e utenti tecnici. L’evoluzione di softwares di grafica e modellazione 3D ha abilitato l’accesso ad una serie di strumenti e risorse -anche molto complessi -per un’utenza dal background variegato. Sembra che la tendenza sia questa anche in fatto di interfacce: parlare di “natural interfaces” significa abbandonare gli artifici ingegneristici (guanti, occhialini, casco,…) per tentare di riappropriarsi dei sensi.
5. Forse è ancora un po’ presto per accertare il fallimento. Sta diventando adulta in questi anni la generazione che per prima ha potuto sperimentare i media interattivi e quindi la possibilità di trasformarsi da user a prod-user… non se ne possono ancora valutare bene le ricadute. La chance di confrontarsi nei blog, di inventarsi un viaggio senza metter piede in un’agenzia, di diffondere idee e progetti sembra testimoniare d’altro lato una sempre maggior consapevolezza della possibilità di “fare qualcosa di proprio attraverso il mezzo”, di esercitare una volontà diretta. I sistemi digitali stanno spingendo in questo senso, se anche i giornalisti vengono addestrati a riprendere, montare e commentare il proprio servizio autonomamente dalla loro postazione. La progressiva diffusione di computer leggeri e potenti apre inoltre la possibilità per molti di poter utilizzare uno strumento professionale e di dar vita dunque a prodotti di alto livello.
Non ritengo che la grande sfida per il presente risieda nell’utilizzo di lettori MP3 o nella possibilità di masterizzare dei DVD: si tratta pur sempre di dispositivi di storage, più o meno capienti. Il problema dell’obsolescenza piuttosto rapida dell’hardware e del software non viene risolto. Non cambia nemmeno l’esigenza di strutturare i dati. Credo che le cose muteranno quando si arriverà a concepire la rete come ambiente condiviso di erogazione/conservazione e a postulare il disordine…la possibilità di reperire un’informazione (di qualsiasi natura essa sia) senza dover prima pre-strutturare il sistema di riferimento. Peter Greenaway afferma: "Creation, to me, is to try to orchestrate the universe to understand what surrounds us. Even if, to accomplish that, we use all sorts of stratagems which in the end prove completely incapable of staving off chaos." Le tecniche di machine learning e pattern recognition stanno lavorando anche in questo senso.

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Gigiotto Del Vecchio

1. La cultura del remix, del ripartire e rielabolare qualcosa di già sostenuto è una necessità. Una necessità perchè ogni esperienza deriva da altre ed altrui esperienze che vengono, in maniera più o meno cosciente, rielaborate. Credo che l'idea di remix coincida con l'idea di confronto e di possibilità ulteriore, che a me sta particolarmente a cuore. L'aspetto democratico del campionamento è meravigliosamente infinito, ci si appoggia su delle basi e le si può riutilizzare, riscrivere come si vuole. distruggendo o proponendo. ma è questa la sfida. Ogni cosa può essere remixata a patto che il rimissaggio rientri in un'operazione concettuale ben precisa, che si tratti di furto o di pura citazione poco importa. l'importante è che funzioni in un regime propositivo, culturale e di qualità. L'etica del remixing? Onestà intellettuale, coscienza, conoscenza, cultura.
2. L'informazione è parte integrante del processo creativo. fa parte del dna della creatività e poco importa come la si traduca da un punto di vista tecnico. la popolarità di tale elemento è fisiologica e perciò difficilmente contestualizzabile e controllabile.
3. La psicologia umana per forza di cose si adegua alla contemporaneità. credo che l'arte contemporanea lavori già da tempo sulle sfumature della personalità e della psicologia, forte dell'enorme possibilità che la contraddistingue da tutte le altre discipline culturali: il fare finta di non doversi concentrare sui mezzi, che siano pennelli, scalpelli, objects trouvé o tecnologie varie, a sua immensa e naturale disposizione.
4. Non so.

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Luigi Pagliarini

1. Noi viviamo nell'era elettronica. All'interno di quest'era, vi sono prodotti artistici di differente livello, qualità e tipo: osserviamo prodotti culturali e prodotti subculturali. È accaduto in ogni era. Il “remix”, in particolare, né più né meno com’accade, ad esempio, con il Grande Fratello in TV è certamente un prodotto sottoculturale (o un sotto prodotto culturale).
Ne consegue che, l’interrogarsi su eventuali limiti da apporre ad un prodotto sub artistico com’è il remix suona come sparare alle formiche con il cannone, insomma, è un falso problema. E poi, c’è sempre stato chi compone e chi (r)interpreta, anche nella più classica delle culture.
2. Non sono affatto d’accordo. Credo, viceversa, che le informazioni siano da sempre tradotte e veicolate graficamente. I geroglifici ne sono una chiara testimonianza. E poi tutte le società hanno sempre usato la visualizzazione grafica in tal senso. Si pensi, ad esempio, ai linguaggiasiatici, agli ideogrammi. Più “visualizzazione grafica” di così!
3. Giuro che non voglio esser polemico ma, anche qui, non mi trovo. Ma chi ha detto che gli artisti elettronici non si occupano di raffigurare aspetti personologici e, più in generale, il concetto d'individualità? Di esempi, in tal senso, ce ne sono davvero tanti.
Probabilmente, chi vi parla è uno di questi: nel bene e nel male faccio arte elettronica di estrazione psicologica (e ricerca in tal senso) da 12 anni! Poi, se vogliamo far riferimento ad un artista più popolare ci basterà pensare a Stelarc!
4. I Blobs non son altro che geometrie eventualiste successivamente rielaborate (attraverso algoritmi genetici, reti neurali, e frattali) ed applicate su di un piano tridimensionale.
Concettualmente, non v'è di certo assolutamente nulla di nuovo. Difatti, si tratta di un adattamento, in ambito di architettura e/o design di ciò che alcuni artisti visivi facevano già negl'anni ‘60, estraendo i numeri casuali coi dadi!
Nella storiografia di Sergio Lombardo è possibile rintracciare la testimonianze di Blobs su piani bidimensionali (che lui le chiamava “isole”) mentre, nei lavori di Karl Sims, degl’anni ’90, troviamo le prime applicazioni di una simil logica su piani tridimensionali (e con in più implicazioni motorie negl’oggetti).
Ovvio, ciò non toglie che, una volta che tal semeiotica ha raggiunto alcune nuove fasce di pubblico, cioè quelle più prossime ad architetti e designers, attraverso artefatti che sono, in termini applicativi, ‘diversi’, le ha letteralmente colte di sorpresa e si è gridato al miracolo, alla scoperta. Ma, semplicemente, non è vero!
Premesso ciò, per rispondere più direttamente alla domanda, credo sì che le geometrie non-euclidee (e di questo che si tratta e di cui stiamo parlando) siano certamente LA direzione. Ma, ribadisco, nulla a che veder con architetti e designers. Non è sicuramente loro prerogativa.
Ci mancherebbe.
5. Aiuto!!! Io continuo a non capire... Credo che la produzione ed il consumo dei media siano aumentate perchè, nel terzo millennio, è aumentata la ricchezza dell'occidentale medio.
In che senso la prima affermazione, unita alla seconda dimostra qualcosa? Più semplicemente, potrebbe esser che io, Luigi Pagliarini, al tempo T(x) sono un consumatore, al tempo T(y) sono produttore? E, guardacaso, in effetti io sono al contempo produttore e consumatore! Credo anche che come me esistano milioni di persone. E voi?! Insomma, se le cose stanno così, allora ricadiamo esattamente all’interno del paradigma proposto negl'anni Sessanta. No?
MP3 e DVD.. ma cos'è, non si sono già diffusi? O è solamente una mia impressione? Certo magari non in Burkina Faso! Ma lì non siamo, a quanto pare, riusciti a diffondere bene… nemmeno la sopravvivenza!

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Andrea Mi

1. In linea di principio, no. Ma le questioni che si sollevano appena si va ad approfondire il tema sono, per lo meno, controverse. Alla base di molta produzione audiovisiva contemporanea si pone l'estetica e la poetica del frammento, ossia l'idea di costruire opere nuove, contenuti nuovi, partendo dall'estrapolazione di incisi, brandelli, pezzi di opere già esistenti. Nella maggioranza di casi l'operazione produce contenuti originali, spesso neanche lontanamente riferibili ai frammenti presenti nell'imbastitura dell'opera o comunque sufficientemente distanti dal loro ambito di provenienza. La corrente del Plagiarismo, ancora viva e fruttuosa, ha insegnato molto in tal senso ed ha favorito non poco il dibattito legato all'insensatezza di certo tipo di protezione autoriale.
Non sono rari, ad ogni modo, gli esempi di manipolazioni, riedizioni e interpretazioni in chiave di "remix" che nulla aggiungono e nulla tolgono all'opera di partenza. Difficile, in questi casi, giustificare simili operazioni. Prendendo ad esempio la produzione musicale contemporanea non è difficile riscontrare una ipertrofia che se, da una parte, favorisce l'orizzontalizzazione del fare, dall'altra mette in circolo una enorme quantità di musica alla quale risulta davvero difficile attribuire un senso. Oltre che alla maggiore accessibilità dei tools di auto-produzione questa tendenza è da attribuirsi al dilagare della remix-mania. La differenza, come spesso accade quando centra di mezzo l'ingegno umano, la fa la pregnanza dell'opera. Uno degli ambiti culturali nei quali, prima di altri, si sono visti e potuti valutare gli effetti della poetica del "campionamento" e del "remix" è quello dell' hip hop. Dopo molti anni di dibattiti, contese, procedimenti legali e riflessioni sembra oramai pacifico il principio secondo il quale "campiona ciò che vuoi ma dichiara ciò che citi". A leggere le playlist e le documentazioni, sempre assai rigorose, dei lavori recenti di uno dei massimi esponenti della remix-culture, Dj Spooky, si trovano tutte le conferme alla giustezza di tale procedura.
Al momento la piattaforma legal-filosofica di Creative Commons pare la unica realmente sensata per favorire e tutelare la creatività di tutti i culture-jammers.
2. Non sono convinto, se il riferimento è al contesto del vjing o più propriamente del mixed media, che ciò che viene visualizzato siano "informazioni". D'altronde i processi di visualizzazione di dati testuali, sonori e percettivi in genere è cosa di cui si può trovar traccia molto a ritroso nel tempo. Il vero elemento di innovazione che mi pare si possa cogliere nell'ormai vasto panorama di produzioni che mescolano piattaforme, linguaggi, media e supporti è la "malleabilità" dell'opera, la sua disponibilità a farsi suono, immagine in movimento, ipertesto sensoriale contemporaneamente. Nella sinestesia, nella capacità di attivare più sensi contestualmente, sta il vero elemento propulsivo di questi linguaggi meticci. Nella sempre maggiore similitudine tra le prassi generative di musica e video risiede, invece, la ragione pratica dell'incremento di tali contesti creativi.
La gestione di sequenze audiovisive secondo time-line, l'implementazione gestionale di frammenti indifferentemente sonori e visivi su piattaforme di riferimento come MaxSmp, la diffusione di soluzioni software per l'autogenerazione audiovisiva, sono tutti elementi che fanno già parte del nostro panorama tecnologico quotidiano e che spingeranno, sempre di più, verso la creazione di contenuti audiovisivi anche da parte degli "amateurs".
3. Credo che le soluzioni software e hardware più ardite e innovative, oltre ad ogni loro possibile up-grade, non faranno altro che continuare ciò che hanno sempre fatto la pittura come la poesia, la letteratura come il cinema, le performance come la danza... raccontare l'animo umano, le sue debordanti soggettività e la sua imperscrutabile psicologia.
4. Il sogno di fregare Cartesio e le sue geometrie a 90° è proprio del contemporaneo architettonico. Il movimento Organico, già molti anni addietro, aveva anticipato soluzioni vicine a quelle che fluttuano sui monitor dei giovani designer e, oggi più che mai la forma fluida è mutevole si pone come paradigma non solo estetico ma anche filosofico e funzionale, in campo architettonico come nelle applicazioni di design.
L'attitudine 'Blobs' potrebbe, per contrappasso, essere estesa a molte delle dinamiche e dei contesti propri della società dell'informazione ma le aberrazioni alle quali il concetto si presterebbe mi incutono un po' di timore. Non vorrei, ad esempio, che sotto l'egida della forma fluida come delle identità mutevoli si celasse, un altra volta, una giustificazione a ciò che è "semplicemente" indeterminato, senza forma e, spesso, senza "sostanza". La "smaterializzazione", in questo senso, può rappresentare una ottima utopia futura o la peggiore delle minacce per la cultura e la spazialità contemporanee. Il rischio da evitare a tutti i costi è che diventi "effetto".
5. Se sapessi come rispondere a questa domanda mi butterei nel business invece di continuare a fare l'operaio a cottimo dell'industria culturale. Non credo (e forse non auspico) che la spaccatura tra "amateurs" e "professionals" si risolva mettendo a disposizione nuove tecnologie. Spesso questa dicotomia non diventa altro che una trasfigurazione pubblicitaria di quella tra "consumers" e "prosumers".
La stragrande maggioranza degli operatori economici e dei produttori continuano a venderci l'idea che "siamo tutti autori" solo perché hanno da smaltire intere stive di piattaforme hardware e software. Il consumo dei media cambierà, anche nello stretto immediato futuro, sotto la spinta propulsiva della "portatilità" di tutto e tutti. Ma qualcuno crede ancora nella chimera della società dell'informazione trasversale e democratica? Io ho paura che, semplicemente, aumenterà il rumore di fondo. Il problema non credo sia il supporto sul quale ascolteremo la musica ma le playlist. Guardatevi intorno: le nostre città pullulano di studenti americani in gonnelline o bermuda e infradito, tutti rigorosamente agghindati con il loro lettore mp3 portatile algidamente e medicalmente bianco. Ma ci avete mai guardato dentro? Non fatelo, potreste ricavarne profondo terrore.

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Michael Faulkner

1. Yes, we can remix anything.
2.
I believe with VJ and Video culture, I-Movie + cheap video cameras that this has already has. 3. Once media such as I-Tunes + I-pod has video capabilities, this will in turn make TV secondary. This will help people become more open engage in non narrative films and ideas.
5. There are now more musicians than ever there really is no difference between a professional + consumer musician, cheap software + hardware has 'allowed' the general public to be creative. The overall effect is more creativity to the masses, but often much more 'below average' work. In this century we are experiencing everybody having opportunity to create. This will redefine and shape the future of art. once break away from the tv format the future is going to be very interesting.

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Geert Lovink

1. The preassumption that we're living in a remix culture is both right and wrong. It's correct because the remix principle of cultural production has always been the case. People do not plunge out of nothing into their own time/space coordinates. They 'grow' into their own culture, meaning that they perhaps reproduce much more than they are aware of--and transform only tiny bits (if any..). In that sense remixing is the default option of a culture. The preassumption becomes a political cover-up when it is ideologically used by techno-libertarians such as Lessig and Ito who refuse to make a difference between social status of amateur media producers and professionals. It might be the case that 'long tail' amateurs copy-paste all the time, but professionals can't get away with this attitude that easy. What Lessig and Ito remain silent about is how professionals are supposed to make a living of in a culture that premarily (for good reasons) copies for free. If they would take this issue serious, and stop using the ' then sell t-shirts' argument, it would be easier to formulate an 'ehtics of remixing'. As long as the 'give it all away for free' is the only option left for professionals, this debate won't move much further.
2. Information visualization is usefull for some, but not for all. It's for specialists that try to cope with information overload and in that sense it's not a general application like blogs, wikis, podcasting etc. There is nothing bad about that, so please, do not feel sorry.
3. No, we do not need subjectivity. Leave that up to the other media. We might perhaps need some usability (but not too much and not compulsary). Let's keep the experimental space open as long as it is possible. What we need, though, is more intercultural exchanges. 3D applications from Gabon. Social networks a la Brazil. More, even more stuff from Finland.
4. Blobs are only a very specific form, a language and might turn out to be a fashion, but that doesn't matter. What the rise of blogs indicate is the possible end of the rectangular building process. What's revolutionary is the introduction of new materials and new production methods, not the particular shapes.
5. Agreed. But what's missing here is the whole story of blogging and social networks. The numbers of millions of users participating in such networks should not underestimated. We see a similar tendency in the DYI creation of amateur netporn. However--and this is why you are right--these emerging amateur practices do in a no way undermine, correct or even slightly influence the old media consumption patterns.
This paradox will be with us for the forseeable future. More production tools and independant distribution channels only slowly erode the old media power relationships. What it does do is establish a culture of profound indifference, towards media and technology in general. The cool toys will become smaller and smaller and eventually disappear in the busy lives that people live. Until there is a expected 'revenge' of spam, virusses, identity theft, trolls. That's where the real innovation will be: the disruption of friction-free capitalism.

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Escha Romain

1. The limits to remixing are identical to the limits of creation - whatever can be created can be remixed. An ethics of remixing may evolve, but is likely to be based upon the economics of remixing (primarily who can afford to remix what and why), not vice versa.
2. Aren't type and photography forms of information visualization?
3. Do we need to do it - no! It is one of many interesting areas to explore, but not necessary. New media may be used to explore areas of subjectivity relating to our contemporary experience, particularly our use of new technologies that alter the forms of our lived experience, sense of location, communications, etc. New media may also be adept at offering new subjective modes of experiencing art, for example through the use of network, participatory and generative arts.
5. There will probably always be 'amateurs' and 'professionals' - but this division is becoming more fluid. Consumers can be producers, but why should they want to be? The situation need not change, as long as people continue to prefer passive consumption to active production.
The next big stage of media consumption will be the physical internalisation of microchips - 'biochips' - interfacing us directly with our computers and vice versa.

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Golan Levin

1. The statement that "we live in a remix culture", while correct, also implicitly suggests that there are some cultures which are not remix cultures, or that the phenomena of remixing in our current culture is something relatively new. I would argue that this implication is false, and that all human cultures are defined by their ability to assimilate new ideas and adapt to changing memetic environments. While it certainly is the case that digital technologies like networking, hypermedia and sampling have considerably accelerated the pace at which cultural materials are distributed and repurposed, the ability to generate and incorporate new combinations of ideas is mandatory in even "traditional" and "conservative" cultures. While today's DJs and VJs have made an almost painfully self-conscious profession out of mixing fragments of music and video, such remixing is hardly their privileged domain; we see it equally well in Indian cinema, African popular music, or, to take an extreme example, the Qaeda movement's appropriation and repurposing of air travel and the Internet.
Anything can be remixed with anything else, if there is sufficient motivation or benefit -- aesthetic, functional, political -- to be had in doing so. I don't see any intrinsic formal reason why any two arbitrary bits of culture couldn't somehow be kludged together. But whether the resulting combination has any cultural relevance or longevity is a question which may best be approached with something like Richard Dawkins' theory of memes, which considers the degree to which a given bit of culture (be it an idea, catchphrase, melody, religious paradigm, etcetera) is able to propagate and perpetuate itself within and across human consciousness. We can certainly think of combinations which failed, or at least failed to yield significant, self-perpetuating productive cultural strategies. In the 1970's, for example, when Disco emerged from Detroit street culture as a successful new music format, Walter Murphy had the idea to remix Disco with Western classical music, and produced the brief hit "A Fifth of Beethoven". Although this tune occupied the top of the charts for several weeks in 1976 -- demonstrating, to be sure, that these two genres could somehow be remixed -- it didn't spawn a movement of similar treatments of other Classical music. Of course, novelty value is still value. We can certainly expect "anything to be remixed with anything" so long as curiosity and the lure of novelty, at least, remain motivating forces.
Many people today, for example Lawrence Lessig and the RIAA, are concerned with the "ethics of remixing" in the context of ongoing legal battles about copyrights and digital reproduction. Greedy record executives have been pressing the case that a repurposed sample remixed into someone's new composition somehow represents a loss of revenue akin to material theft. The logical rejoinder to this ancient attitude is John Oswald's album "Plexure", which is comprised of more than 30000 one-second samples from a diverse range of popular music: were Oswald to pay them, the sample clearance fees for this album would be several hundred million dollars. Clearly the laws need to change, and with new modes of protection like Creative Commons, they will.
Personally, I have always been more interested in the ethics bound up in the aesthetics of remixing, rather than its legal implications. When I was in college in the early 1990's, I spent a great deal of time sequencing and composing sample-based collage music. I was influenced by Public Enemy, the Eno/Byrne collaborations, Negativland, and John Oswald. Naturally, like many people, I also wanted to sound funky and make a good beat. Many artists at that time were sampling James Brown in order to procure their beats. I remember thinking to myself that, apart from the fact that James Brown's music was an easy target for such use, his music wasn't really mine to sample -- that in order to "deserve" to sample his amazing and influential music, I would have to produce something at least as good from it. Public Enemy had earned this right, but I hadn't -- and so, instead, I made a deliberate point of sampling bad white music from the same era. I remember I got a lot of mileage from a certain Barbara Streisand album, from the mid-1970's, in which her all-white backup band was trying to sound "black". Now this was truly disposable music. I felt that my moral imperative was to literally recycle this forgettable, shlocky music into something better. And in the case of this Streisand album, I felt I had a decent shot at doing so. In short, my "ethics of remixing" was that one ought to leave the world a better place, by improving on (and not insulting) the materials that one made use of. Of course, in a relativistic time like ours, one could hardly mandate such an ethics, or any other.
2. It is essential to clarify what we mean when we say that we "use" information visualizations. Like any notion of literacy, this term basically unpacks into two different forms: authoring and reading. And I would argue that our ability to "read" information visualizations -- which for the most part, it should be said, are simply timelines, histograms, and maps -- is greater than at any time since William Playfair invented the XY plot in the 1780's. For evidence, it hardly necessary to look any further than the daily New York Times, which contains dozens of such graphics, and in its online form, many interactive information visualizations created in Flash. I submit that the era of mass visualization literacy is already here, and not merely limited to some scientists under a mountain, looking for blips on radar screens.
Even the authoring of information visualizations is something that is already routine, at least for the millions of users of Microsoft Excel and other spreadsheets. The charts produced in these programs show up daily in PowerPoint presentations around the world -- so much so that it is practically a running gag to see such charts appear in newspaper comics like Dilbert. Not surprisingly, there are entire workgroups within Microsoft corporation which are actively considering the problem of how to enhance the simplicity and friendliness of these visualization tools. Regardless of what one thinks about Microsoft, it is not unreasonable to suppose that they will succeed in one way or another with this goal.
We cannot consider whether more people will use information visualizations, apart from the question of what sorts of information they will use them to visualize. The simple fact is that people will want to view, and occasionally create visualizations of, information that is of direct interest to them. If we ask whether everyone will suddenly develop that rare combination of social conscience and design skills that leads to a project like Josh On's "They Rule", the answer is almost certainly no. But there is no reason to expect that people won't continue to learn and adopt new visualization-based interfaces for browsing and managing their files, finances, and conversations.
3. This is a fascinating question with, I think, a complex answer. To some extent, the "representation" of subjectivity has been supplanted -- in the interactive arts -- by the incorporation of the viewer's own subjectivity. In this case, I'm thinking of highly responsive interactive artworks, such as those of Toshio Iwai, Scott Snibbe, Danny Rozin, or some of my own, in which an interactant's consciousness is absorbed into a tight reflexive feedback loop with an expressive generative system. In these works, the system itself, completed by the participation of its users, produces an effect which is at once both representation and also direct augmentation of the viewer's own subjectivity.
The question becomes much more interesting if we concern ourselves with the way in which media artworks have the potential, as in literature or cinema, to render the subjectivities of *other* minds. It is regrettable, unfortunately, that the prevailing dichotomy of media artists -- the "techno-formalists", on the one hand, and the "hacktivists" on the other -- have largely omitted human subjectivities from their equations. The most significant counter-example I can summon is Ben Rubin and Mark Hansen's "Listening Post", which provides a real-time audiovisual window into the subjective thoughts of countless other minds. Sitting in front of the "Listening Post" display, reading and hearing the pleas and exhortations of people all over the world, one cannot be more overcome by the feeling that one is immersed in a richly connected tapestry of other subjectivities. Ironically, it is an altogether dry arsenal of statistical analysis and information visualization strategies that makes this possible.
4. 'Blobs' in architecture and design - is this a new 'international style' of software society, here to stay, - or only a particular effect of architects and designers starting to use software?
We can surmise that it is a little bit of both. On the one hand, designers can hardly be faulted for enjoying their new abilities to create organically-inspired forms, particularly in an era of almost completely mass-produced objects and environments. The positive results of this, to say the least, are chairs which are a good bit more comfortable than the rectangular slabs we endured during the era of High Modernism.
On the other hand, architects and designers all over the world are using the same software, discovering the exact same affordances of the exact same pull-down menus. And the software packages they all use happen to make it easier than ever before to loft blobby surfaces. It is, in this sense, the result of the tools -- the ever-identical, ubiquitous tools -- dictating the forms which designers are capable of imagining and realizing. As computer-driven mechanical fabrication techniques have evolved in parallel with the design software, we also discover that any form which can be imagined and virtualized, can suddenly also be "printed" at the touch of a button with laser cutters, water-jet cutters and stereolithography. Thus the Bezier curve -- invented only a few short decades ago by a French car engineer, and widely adopted simply because of its computational expediency -- has become an almost canonic form, present in everything from the profiles of automobiles to shampoo bottles. Soon it will be taught to kindergarteners alongside triangles, circles and squares, and work its way into a new generation of designed forms.
5.
This question ignores the 15 million people who maintain blogs, and the many millions more who use Flickr, Wikis, or edit their own web pages. These people are daily engaged in the process of authoring text, Flash movies, photographs, and hypermedia. It is not difficult to imagine that someday very soon, when bandwidth permits, video will take its rightful place alongside these other media. The problem with your question is its implication that someone is not a media "producer" if one does not create videos that reify the normative visual languages and content-formats of corporate broadcast media. Yes, the 1960s radicals got it wrong: the population of film-makers who create angry documentaries about social injustice is as woefully small as ever. But millions of people purchase and use video cameras every year, and these people are very much producers. They're just producing videos for themselves, like personal amateur porn, that you probably don't want to see. It is essential to recognize, however, that occasionally, some pimply kid from New Jersey will produce and electronically distribute a movie that millions of people want to see -- like Gary Brolsma's "Numa Numa dance". It may not have the genius of Hitchcock, but if you want to see the televised revolution, look no further.

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Paolo Pedercini

1. Siamo sempre vissuti nella cultura del remix. La digitalizzazione dei supporti rende solo più facili e più visibili i processi di ricombinazione simbolica. Anzichè assorbire pattern, schemi di suoni, composizioni di immagini per poi rielaborarli e ricrearli possiamo manipolare direttamente le fonti.
Porre dei limiti a questa cultura è porre limiti alla cultura stessa. Un buon proposito per gli anni a venire è quello di liberarci dal mito dell'autore-demiurgo che altro non è che la giustificazione ideologica della proprietà intellettuale tanto cara alle corporations.
2. Il presupposto fondamentale per la visualizzazione delle informazioni è l'accesso alle informazioni. Il che non è affatto scontato: se non posso accedere alla mappatura del DNA o ai dati di vendita di eBay non posso nemmeno creare raffinate visualizzazioni di questi dati.
Per quanto riguarda i dati pubblici o personali credo che una popolarizzazione dell'arte della visualizzazione delle informazioni vada in qualche modo in controtendenza rispetto all'attuale trend dell'opacità semplificante, dell'oggetto semplice e blindato da utilizzare senza porsi problemi.
Uno dei compiti degli artisti digitali dovrebbe essere quello di moltiplicare interfacce e strumenti di visualizzazione, proporre diversi punti di vista. Far riflettere e mostrare l'esistenza e di software e database senza nasconderli sotto superfici lisce e piacevoli.
3. I media digitali stanno cambiando i connotati a cinema e letteratura senza tuttavia far loro perdere le proprie specificità. Questi ultimi acquisicono nuove interessanti potenzialità espressive e sono in grado di continuare il loro "progetto" con nuovi strumenti. Quasi tutta l'arte basata sui mezzi digitali è ancora troppo giovane e ripiegata su sè stessa. Troppo intenta ad investigare sui limiti e possibilità delle nuove tecnologie per elaborare un progetto non autoreferenziale.
4. Ma cosa sono 'sti blobs?
5. La domanda è confusa.
La ristrutturazione postfordista - non le tecnologie - fa sfumare la differenza fra produttori e consumatori. Dal momento che il settore più strategico dell'economia è diventata la produzione culturale (cultura intesa in senso lato), tutto l'agire comunicativo rientra nel ciclo produttivo. Il punto è che la produzione culturale che un tempo era partimonio per lo più comune è ora sempre più privatizzata. Siamo allo stesso tempo consumatori e produttori ma molto di quello che produciamo non ci viene pagato.
La spaccatura tra "media amateurs" e "media professionals", non mi sembra cosi ampia. Vedo ovunque esempi di come il lavoro amatoriale viene sfruttato per produrre profitto (dagli intermezzi di italia1 alle notizie prese dalla blogosfera, dai concorsi come diesel wall alla mercificazione delle sottoculture).
La diffusione di strumenti per l'autoproduzione cambierà ed amplierà lo spettro dell'offerta culturale ma lascerà insoluta la questione dell'accesso ai canali di distribuzione. Posso produrre il mio disco o il mio film a basso costo con un semplice computer ma come faccio a fare in modo che il mondo lo veda?
Internet dopo l'avvento della banda larga rappresenta un ottimo canale per la produzione culturale indipendente. Perciò agli occhi dei detentori dei canali di diffusione, rappresenta sia una minaccia che un territorio da controllare.

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Angelo Rindone

1. Premesso che, come scritto da altri prima di me, siamo sempre vissuti nella cultura del remix, non capisco che limiti si possano porre e per quale ragione. Così posta la domanda non ha risposta.
Se invece la si legge così : come ci si può difendere dal plagio, dalla copia selvaggia, dalle manipolazioni indesiderate?? La mia risposta è: in nessun modo!
2. E' la stessa domanda che si sono posti quando hanno inventato la stampa e la fotografia. Il presupposto fondamentale è la diffusione di tecnologie e contenuti “aperti”, modificabili, migliorabili. In questo senso il solco aperto dall'esperienza del freesoftware è certamente una strada percorrere anche in campo culturale.
3. Per il modo in cui vengono fruiti e veicolati, i media digitali sono gesto quotidiano, tic, paranoia.. Quindi può non esserci il bisogno di rappresentare psicologia e soggettività umana, anzi, a volte crea un fastidioso effetto doppler.
4. Boh! mah!
5. La spaccatura che vedo io è tra “artisti” (ma ha ancora senso questa definizione) e mondo dell'”industria culturale”. Sul presupposto di consumatore/produttore (anche se non nei termini posti dalla domanda) ho lavorato alla creazione di una piattaforma internet “produzioni dal basso” che prevede il superamento di figure intermediarie mettendo il progetto creativo con i suoi costi e le sue dinamiche di fronte a potenziali fruitori/finanziatori.
Il discorso sarebbe lungo e non vorrei andare troppo fuori tema.
Mi sembra il classico tema da convegno di discografici e dirigenti SIAE... quindi rimando a loro le risposte.

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Piero Golia

1. E' IMPOSSIBILE PORRE UN LIMITE MA E' UN PECCATO PERCHE' SAREBBE INVECE INTERESSANTE FARLO.
2. .......MMMMHHHH..... MUMBLE MUMBLE..... CHISSA'
3. CREDO DI NON ESSERE LA PERSONA ADATTA PER RISPONDERE A QUESTA DOMANDA, SONO UN TRADIZIONALISTA E TROVO CHE LE NUOVE TECNOLOGIE NON SI SPOSINO CON L'ARTE, DIVENTANO SEMPRE PIU' VELOCEMENTE OBSOLETE. NON CREDO CHE L'ARTE SE NE DEBBBA SERVIRE.
L'ARTE NON E' MAI CONTEMPORANEA.
4. NON SO DI COSA SI STIA PARLANDO...
5. DVD? IO SPERO DI NO, IN REALTA' MI SENTO MOLTO REAZIONARIO A DIRLO, FORSE ME NE DOVREI VERGOGNARE, MA E' COSI': NON SONO UN AMANTE DELL'AMATORIALE.

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Chiara Passa
1. We live in the age of information—rather, of petroleum. We summarize, remix, cut and paste all at the speed of present-day communication. Information today is transmitted through cybernetic energy in an instant. But why place limits on this “remixing culture?” Actually I would define culture as “modus vivendi,” the more it’s existed in society, from the beginning of time. The problem is that today’s society, having reached an equilibrium in well-being, is stagnant. Therefore, it will be difficult to see new advancements (in all fields) until the end of the petroleum age. Only when a new age begins will we see innovations in these fields, and thus a new way to communicate, walk, remix, write, make art, eat and maybe even make love.
2. The visualization of information goes back quite a ways. Today, internet and digital media are at everyone’s disposal. The “web” phenomenon, in particular, sets the difference between “high and low technology.” An artist, a web designer and “the richest man in the world” will use the same software, without difference—a unique technology—to create a website: Flash, Dreamweaver, Front Page, html, vrml, wml, Java, php, etc. Internet technology attracts and diffuses itself easily between pop culture because it’s in the palm of everyone’s hand. While in cinema, it’s exactly that difference between “high and low technology” that maintains the highest level of business. The knowledge of means, money and professionalism make a difference and create that “gap” that, according to me, will always be there between professionals, users and “lovers of the trade”. The more this “unique technology” diffuses itself, the more the “gap” will widen, because there will always be less to make up the difference. Also if, in my opinion, this “unique technology” is placed in the right hands, it can do miracles.
3. To me it seems that, since the beginning, cinema and art have both represented psychology and subjectivity, just in different ways and times. Actually, I’ve noticed that lately, the cinema is becoming more conceptual than narrative (I’m thinking of the films Ferro 3 and 2046, or directors such as Lars Von Trier, Lynch, etc.), and art more narrative: the interactive video installments of the Studio Azzuro come to mind, that to do a metaphor of reality, they become familiar with their installations using narrative scenes. Contemporary art (digital) doesn’t need to represent human subjectivity (and yet it represents it in the form of video games) but needs to be “represented!”
4. More than just a style, a “blob” is geometry revised through fractions and algorithms (existing since the 70’s). Today, maybe for designers, artists, architects, and “lovers of the trade”, it’s one of many instruments; a means of expression. And like all means, it’s not enough to be candidly overpowering, otherwise we would always see more works that used this process of the technical, to the detriment of the message.
5. Surely the production and consumption of media is increased because the wealth of contemporary society has increased (especially that of the west). I feel at the same time producer and consumer, in the sense that I use the above mentioned technology. Therefore, the 60’s intuition hasn’t failed. It’s the way in which technology is used that makes the difference. For example, a film made by “media amateurs” can be much more interesting, participate in many more festivals, and can be more exposed to the public than a Hollywood production, notwithstanding the “professionalism” (and the budget) of that production. In fact, “amateurs” (artists, bloggers, activists, journalists, etc.) publish and obtain more success than media professionals. “I read Indymedia and la Repubblica; it’s a shame you can’t find the first at a newsstand.” Today more than ever, that which makes the difference between “media amateurs” and “media professionals” is money.

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Rafaël Rozendaal

1.
Humans have always remixed, that is how knowledge works, you use the past to build the future.
If we dont use information of the past to make new information, we dont progress. is the first guy that used fire to cook food a remixer, cause he uses the idea of fire and connects it with food?
5. NOTHING EVER CHANGES! people are the same, some feel a need to make things some feel a need to be consumers, if you're hot you're hot, if you're shit you're shit, and there's no computer in the world that can change that.

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Diana Marrone

1. Remix is a new aptitude to read. Our decades are compressed by crowds of impulses. Too many meanings and too many sources bring people and creatives to unify and to beside sources and meanings in order to put their personal and/or shared sense up and on those remixed: remix is the faculty, the will of the subject to enter with a personal key in the forest of plural, caotic meanings. In this consideration of remix as escape from the crowd (or, better, the proper reading of a fluxus), there are many limits to remix culture - in a word, all the limits of the subject, absolute prince in the sense - building of his/her remix state. No ethics: any subject will bring any ethic into his/her remix aptitude: too many ethics collides with anyone.
2. Everybody needs (and likes too), nowadays, to access to those tools able to preserve and multiply emotions: once information visualization will become so widely widespread for the same purpose - store and amplify sensations, meanings, emotion, relation - then media and visual tools generated by this kind of database tools will be even popular as our digital cameras. In a sense, some cultures already live this state: I'm thinking to all social groups that feel intimacy toward and through computers, by using virtual rooms and other forms of communication that presume a constant absence together with a powerful and eterogeneous archive: their system of relation and the form in which they put friends, ideas and actions is an information-visualization process, even we are speaking of love, work and sex, in a word of their whole life.
3. Fine arts is the climax of contemporary subjectivity: any current, any principle or statements rule the contemporary creativity. Todays, infact, as young and emerging artists as the gold stars of contemporary gotha of arts seem acting as "solo" elements, by widespreading their anarchic viepoint and lacking to belong to any group or current or some identiying any genre and shared meaning.
I do not really know how to use new media to represent this kind of viewpoint in new ways or if we need to, but I recognized, as for example, the easiest and marvellous idea to create new meanings with old narrative techniques in cinema. "Western Deep" a film of Steve McQueen launches the subvertise of linear narrative with new and aesthetic paradigm that will - if read also by somebody else - be able to tell something new. He put action back to pain. And pain was translated as normal and natural part of some human being (black people, as usual). Camera is scrambling in egual part the subject, the action, the pain with this order: pain, action, subject (sometimes). Result is that the spectator pick as he/she likes the doses he/she needs of the portions of sense. Any prologue, any epilogue: just a database of infinite possibilities.
4. Good and innovative tools and experiments are always created in collective ways. Who remembers when, once babies, we're starting to build our house on the trees always by asking the help of a lot of other babies? Design is matter of collaboration and - according to me - designer and architects alway use massive doses of softwares, but the aptitude to distance-work and the need to discover new aesthetics destroyes the blob of nothing to cristallize new not-always-equal forms and new meanings.
And there's a case in which media design, arisen by this flat forms of total collaboration, split into architecture and design: KRAMWeisshar, a couple of designers who work for Prada, AMO_OMA, Moroso, and other big top five around the world.
As I.D. (2005 May issue) states: "Kram, 33, is an American media designer who began his career in video games. He went on to study at the MIT Media Lab, where he was a founding member of the Aesthetics + Computation Group led by John Maeda. Weisshaar, 28, has a background in product design and was an assistant to Konstantin Grcic for several years before opening his own studio. The two met in 2001 while working as consultants for Rem Koolhaas/AMO—the interactive-media research arm and acronymic inversion of Koolhaas's OMA (Office of Metropolitan Architecture). Over the course of developing an interactive infrastructure—Kram on the software side, Weisshaar on the hardware side—for Prada's New York epicenter, including digital displays, handheld computers, and futuristic dressing rooms, they decided to team up. "Too often the person designing the physical form and the person designing the soft interfaces or content don't even talk to each other," Weisshaar says. "To us, this seemed like nonsense. Kram/Weisshaar's Breeding Tables, their last superbe prototype, are unique forms generated by customized versions of design and production software programmed to create slight variations—or "mutations."" And so on: "Interesting" and "growth" are fitting words to describe the Breeding Tables, which were conceived at the 2002 Milan furniture fair in response to the torpor the designers saw on display. At the time, Kram and Weisshaar were not even thinking of doing furniture; they happened to be in Milan for a project completely unrelated to the fair. "We went in, took one look around, and became quite depressed," Weisshaar remembers. "The furniture seemed to be trapped in a rut, essentially unchanged for 10 years—no one was integrating technology." Depression soon turned to inspiration. "We sat down at the Cadorna station and decided to grow products right then and there. It took two more years—during which time the partners became interested in the theoretical work of Karl Sims, another MIT Media Lab alumnus, who heads the Cambridge, Massachusetts, special-effects software company GenArts—before the concept for the tables crystallized. Then, last summer, stirred by Sims's musings about using computer software to spawn a virtual evolution of exotic forms, Kram and Weisshaar began customizing Rhino—the programming language beloved of industrial designers—through algorithmic modeling to produce subtle iterations of a basic table shape. "We ended up adapting Rhino to allow it to act like an interactive system for genetic selection," Kram says.
5. New stages in audio/video technologies will increase personalized consumption. Not enough satisfied to build up their collection of photos and auto-play films, consumers will need their personal TV stations in which form and choose their own palinsestos, radio on demand to build as the humour of the morning, until the interior light of building to be coloured and shaped according the behaviour of the moment and the personal feeling. The consumption of the future will take less care of high definition and quality of copies - and rather will prefer to act the total control on the source, by choosing and combining almost everything.
At the end, at the really final end, we will embody dimmers and sequencer in order to activate our body parts and our decks: no cd burner and no external decks will be needed in those times and new epoques.

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Carlo Prati

1. Porre dei limiti ( o effettuare dei tagli [ cut-up, per rimanere in tema di dj'ism] ) alla cultura non è mai una buona mossa.
2. Credo che sia una questione di media utilizzato. Il web ( in quanto a tecniche di visualizzazione attualmente è l'ambito più ricco di tools [penso alle animazioni od ai sistemi di compressione di file video]) è di certo retaggio di pochi.
Difficile quindi ipotizzare una diffusione orizzontale delle pratiche legate alla net-art o alle IT.
Può crescere il numero dei fruitori, questo senz'altro, ma non degli artigiani dell'editing o del self publishing. L'uso di telefonia mobile è diffuso e trasversale. Pratiche creative autogestite potrebbero forse diffondersi a partire da qui.
Ho speranza, ad ogni buon conto, in uno sviluppo dal basso di tecniche e strumenti di rappresentazione della realtà. Come è avvenuto per i writers e la cultura Hip Hop - passata dai vagoni della metro alle gallerie d'arte. Il world wide web è il terreno fecondo, quale l'aratro che traccia il solco?
3.
Il blog-boom ad esempio, testimonia il desiderio di raccontarsi dall'interno. Esprime un'istanza presente e sottaciuta. Una società estroflessa quale quella in cui viviamo ha - solo apparentemente - rimosso l'aspetto onirico ed inconscio dell'esistenza. Eppure si trovano nuove forme attraverso cui trasformare il soggetto in oggetto. Nella struttura del blog si alterna testo ed immagine in modo innovativo e sperimentale - talvolta, of course.
Il P2P è psicogeografia, l'analogia macchina ( disco rigido) uomo (io ed es) si sostanzia nella trasmigrazione del flusso di dati (conoscenze). La nidificazione delle cartelle in sottocartelle puo' ricordare il meccanismo delle scatole cinesi, di una prefigurazione. La definizione di uno spazio ideale: recesso inaccessibile e recondito in cui alberga l'intimo ed il sottaciuto.
I media digitali possono svelare queste relazioni, metterle a nudo
Il ready made incrina le prospettive abituali attraverso cui percepire la realtà, è auspicabile il Dada digitale? Forse si', meno autocompiacimento è più ironia.
4. Entrambe le cose. Offre una accettabile proiezione di se stessi all'interno di una società evoluta e benestante. Oltre la porta richiusa il rizoma dei però e dei perché. Da architetto non ho mai trovato troppo convincenti questi stilemi della contemporaneità. Per me l'architettura è rifugio e "sostanza di cose sperate". Non sarà la blob architecture a rispondere alle crisi presenti e future. La vostra casa sarà comunque edificata su solide fondamenta e protetta da involucri resistenti e durevoli. Ad oggi il tutto sembra dispendioso e fuori portata.
5. Il ricasco più evidente è la condivisione dei saperi. Oggi posso permettermi di ascoltare l'ascoltabile e vedere il visibile, costruirmi quindi una prospettiva critica, la più ampia possibile. Forse si arriverà ad una inevitabile frattura tra critico e fruitore, frattura che renderà obsoleto il primo e tendenzialmente "onnipotente" il secondo.

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Peter Luining

1. We always lived in a remix culture. The only new things are 1. in the last decades large groups of people and artists became aware of this and started consious playing with it. 2. the technological development made remixing of amongst others genetic material possible. From the technological point it seems everything can be remixed with everything.
If this is good or bad is another question. A course of "genetic manipulation" at the Hague Art Academy a few years ago let to fierce and interesting discussions. And here ethics come in.
If we talk in this context about art we get back to the question what are the limits of an artwork. Can for example killing some humans be an artwork? To proceed this line of thinking we then can start with the question what and when is something an artwork.
2. With the rise of all kind of visualization software and more and more artists starting to write there own software data-visualization became a sort of new subgenre. Although this let so far to some interesting works I see this visualization more as playing with the possibilties of a new medium than something that will become a new genre.
3. In contemporary fine arts there's also still a lot of continuation of the modern project. But anyway, when talking about new media I see often see that the stress of artists is too heavily on theory. This makes a lot of new media artworks aesthetical quite shallow.
What I mean here is that I see in the new media art world a lack of interest in contemporary fine arts discourses and aesthetics. I think this somehow has to do with the fact that a lot of new media artists see themselves for some reason beyond art. What they however do seem to forget is that the institutional arts has besides a long tradition in aesthetics there's also a ever changing discourse about it.
4. New media lead to new possibilities. How this is to develop is of course hard to predict, though it is clear to me that it's use is not only used as a temporarily effect.
5. If I understand you well the question is in fact: is this division between consumers and producers desireable. I would want to link this to the project of the avant-garde which wanted to abolish this division and turn everything into art. I agree with Peter Bürger's point as explained in his book Theory of the Avant-garde (1974) that this whole operation was meant to fail from the start, because simply said if you make everything art art will seize to exist.

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Carlo Formenti

1. Porre dei limiti alla cultura del remix non è solo sbagliato è anche impossibile, come dimostra il sostanziale fallimento delle campagne che la vecchia industria culturale sta conducendo sia sul piano legale sia sul piano "educativo" per convincere milioni di consumatori a non "appropriarsi" dei prodotti dell'ingegno tutelati da copyright per scopi di intrattenimento e per esprimere liberamente nuove forme di creatività fondate, appunto, sul remixaggio di materiali pre esistenti. La repressione legale non è riuscita, né riuscirà, a frenare comportamenti che la stragrande maggioranza delle persone non percepisce più come "criminali" bensì come una pratica culturale universalmente condivisa e accettata.
5. (indirettamente 2) Non condivido la tesi secondo cui l'aumento dei consumi dei media commerciali smentirebbe lo scenario dell'empowerment tecnologico dei consumatori (e della loro conseguente trasformazione in prosumer). Venti milioni di blog (in crescita costante e vertiginosa), per tacere dell'enorme quantità di materiale "autoprodotto" che i media maistream utilizzano in occasione di attentati terroristici, catastrofi naturali ecc, sono lì a dimostrare che quello scenario conserva tutta la sua vitalità. Ovviamente non nel senso, ingenuo, di una "sostituzione" dei media professionali da parte di quelli amatoriali (e qui l'osservazione vale appunto anche per il quesito due), bensì nel senso di una crescente integrazione dei secondi nella filiera produttiva dei primi. Certo, questa integrazione non è affatto pacifica, basti pensare alle variazioni dell'agenda setting che i media autoprodotti hanno in varie occasioni imposto ai media professionali, o alle polemiche dei gior
nalisti professionsiti nei confronti della attendibilità del materiale informativo prodotto dai circuiti "amatoriali", però il dato di fatto è che i giornalisti di mestiere attingono in misura crescente alle conoscenze "senza marchio di garanzia" (marchio che viene spesso sostituito dal "reputation capital" generato dal giudizio dei lettori e dagli algoritmi dei motori di ricerca) che circola nel Web. Per concludere: il problema non è l'unificazione dei circuiti, bensì la loro reciproca, crescente permeabilità...

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Angelo Plessas

1.
Since the internet is originally designed to give people access to everything and art has openly proved that ‘to borrow’ or ‘to copy’ is something we dont need to be guilty of, ‘remix culture’ is everywhere. Personally I find remixing very playful. Even with the reinforcement of rules and ethics, remixing cannot be prevented. The corporations still do not have full control of how anybody can use their copyrighted material. Sorry, but we have bad news for them! Bit-Torrent and WinMix are still places to get everything.
2. Information visualization is already having a mainstream use. The web and the disappearance of limitations over it, the more and more affordable technology makes computers the “the last hope”. This eventually enhances productivity and creates new trends. Eventually more and more artists that used to paint or make sculptures are going towards the new media. Either is an animation on a wall or a painting or a photo is a matter of taste, not a matter of a technological limitation.
5. Things are more complicated now. The division of the amateurs and professionals is ambivalent. Who can be defined as a pro or amateur finally? A guy that produces music on a single laptop and makes it a Top 10 hit... is he an amateur? Portable video is the next "product" and has more potential than music because of numbers. A top-selling cd can sell 500.000 in week but a cool sitcom can have 40 million in a week. At the same time Hollywood is going bad. It is time for do-it-yourself video producers to contribute to the entairtainment business. Porno too. Video podcasting will be on the spotlight. People already have started heading back to videogames. The death of an online player in a role-playing game like World of Warcraft is bigger headline on Google News than if Tom Cruise is gay or not.

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Andreas Angelidakis

1. Yes I think everything should be remixable, and the only ethics I can think of is that remixing is ok as far as the mix is somehow as interesting or even more than the mixed. I like the ethics of interspecies cloning in Asia: If it survives, its a good mix.
3. What I would be hoping is that new media will have a new subjectivity to represent, a new psychology to describe. I think its still possible to believe that there will be a new self that will emerge from the landscape of constant media consumption and communication, a new persona will emerge from the web. I keep thinking that there will be a new everything, a new painting, a new sculpture, a new architecture. Perhaps its a heroic and modernist way of thinking, but I think new media has to at least try to describe this which is not yet fully visible.
4. I think Blobs are not really an effect, I think they are an aesthetic or even a specific approach to design in general, but I'm not sure they can constitute an international style because I cant see a common ground. Some blobs are cartoon visualizations of philosophical terms and others seem like process based experiments relating to non computer issues. What I would like to see is blobs that are really proud of their blobness, and more closely related to how software changes our perception of life.
5. Perhaps the attitude towrds hardware will change. I always thought that the idea of the personal computer is so expired, that we actually need to use machines to do stuff. In the mid to late 90's I was always carrying a digital camera and palm pilot and laptop and sound recorder and everything, and I was always waiting for the new thing, and finally I was surprised to see how popular the digital camera became and then how popular the online photo album became etc. What I would love to see next is truly interactive gaming, platforms where the user can create the game from scratch. Gaming has a lot of ways to develop, I would be really happy to see new aesthetics coming out from this field, especially seeing the pathetic state of movies nowadays, where even surefire blockbusters are so naive and not even fun.
The best movie of last year was Half Life2, and it wasnt even a movie.

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Tommaso Tozzi

1. Al giorno d'oggi si vive all'interno di un incrocio di culture di cui il termine "remix" illustra un punto dell'universo possibile. Credo comunque che ogni possibile forma culturale vada rispettata, con i limiti emergenti da un'etica condivisa.
2. Non mi e' chiara la domanda. La stampa e la fotografia si sono gia' trasformati per utilizzare il linguaggio dei nuovi media che a loro volta si sono formati per includere al loro interno il linguaggio della stampa e della fotografia. I percorsi sono oramai da tempo incrociati e non e' piu' possibile distinguerli.
3. I nuovi media non sono semplici rappresentazioni della realta', ma sono allo stesso tempo pratiche reali. Quindi l'identita' si costruisce anche dentro i nuovi media, al punto che il problema della sua rappresentazione diventa secondario rispetto al cruciale problema della costruzione dell'identita'.
4. La societa' dell'informazione, ed il modo in cui attualmente la percepiamo (di cui di nuovo il termine 'Blobs' indica solo un punto), non e' stata creato da architetti e design, ma da un'insieme di ambiti che coinvolgono la scienza, la politica, l'economia, l'arte, come molti altri tra cui uno dei tanti punti e' l'ambito dell'architettura o del design (di cui esistono una molteplicita' di visioni). Tali ambiti sono tra loro vincolati e dipendono dai varii rapporti di forza che si confrontano e piu' spesso scontrano globalmente.
5. Storicamente cio' che definite come mondi amatoriali e professionali si sono intrecciati nell'evoluzione dei nuovi media al punto da essere ogni ambito dipendente dall'altro. Le vittorie dunque ci sono state. Un esempio e' il personal computer nato nell'ambito amatoriale, o il sistema Linux usato ora dalla maggioranza dei provider. Il problema e' che la tecnologia si muove piu' veloce delle leggi, ma la societa' e' condizionata da tali leggi e dai valori su cui esse si fondano e su cui la societa' si riconosce. MP3 e DVD sono dunque anch'essi punti all'interno di un processo sociale planetario in cui insieme alle tecnologie bisogna sviluppare e creare armonia tra la mente delle persone che le useranno e delle societa' in cui tali persone vivono. Personalmente ho una grande fiducia nel mondo e nelle utopie (di scienziati, politici, attivisti, economisti, artisti o altro ancora) perche’ poi alla fine tali utopie si scontrano e vengono a patti con la volonta’ non solo di ogni
abitante della terra, ma anche di ogni altra sua parte.

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Tatiana Bazzichelli

1. A mio parere la cultura del "remix" non e' una novita' di oggi. Gia' nel passato, soprattutto negli ambiti artistici, chi lavorava a livello sperimentale creava opere combinando materiali diversi e producendo associazioni inedite.
Nei collage cubisti e dadaisti sono entrati a far parte del mondo dell'arte frammenti di vita quotidiana, come biglietti del treno, articoli di giornale, ritagli fotografici, oggetti comuni come bottiglie, cappelli, ruote di bicicletta, ferri da stiro. Basta pensare all'opera di Duchamp del 1917 dal titolo Fontana, in cui viene ad essere connotato come artistico un orinatoio, semplicemente attraverso il "gesto" dell'artista che lo legittima come tale. La pratica del ready-made ha esemplificato l'aperta polemica con il formalismo puro dell'opera d'arte, decontestualizzando l'oggetto stesso e attribuendogli significati polivalenti. L'opera può essere anche un comunissimo oggetto della vita quotidiana, che diventa tale semplicemente in seguito alla decisione dell'artista.
La pratica del ready-made viene in seguito portata avanti dal New Dada sul finire degli anni '50, periodo in cui per esempio Rauschenberg assocera' ai frammenti del quotidiano la pittura gestuale dell'action painting. Anche l'action painting vede come predominante la gestualita' dell'artista, che interagisce direttamente con la tela versandovi e schizzandovi il colore e anche in questo senso si manifesta a mio parere la cultura del remix (basta pensare alla pittura di J. Pollock).
Negli anni '50 il New Dada in America e il Noveau Realisme in Europa traducono questa gestualita' eliminandovi le pulsioni istintuali e gli interventi pittorici di derivazione informale dando vita a composizioni di oggetti del quotidiano, ricordando i collages delle avanguardie storiche e inserendo nelle opere anche oggetti di scarto, come testimonia la serie dei Poubelles di F. Arman, ricollegabile all'opera del dadaista K. Schwitters, che componeva assemblages con materiale consumato e degradato.
La stessa intrusione del quotidiano la si trova nella Pop Art degli anni '60, in cui assume valenza artistica la standardizzazione della produzione industriale e lo stesso filo rosso puo' unire queste performance agli happening, le opere-evento che a partire dalla fine degli anni '50, e affermandosi soprattutto nel decennio successivo, determinano una sempre maggiore stretta fra arte e vita e fra pratiche artistiche ed esperienze concrete.
L'opera d'arte si smaterializza fino a diventare evento, seguendo il percorso iniziato da Balla e Depero con il Teatro d'oggetti futurista e con le serate spettacolo Dada.
Seguendo questo ragionamento, l'idea della cultura del remix non si applica solo alla societa' odierna, ma spazia in maniera trasversale anche su ambiti culturali e pratiche artistiche del passato. Di conseguenza, anche l'idea di porvi limite come un processo da bloccare perde di senso, dato che non siamo di fronte a un'esplosione di un fenomeno particolare del nostro tempo, ma parliamo di un processo che ha radici ben piu' profonde nella nostra societa' e cultura. Inoltre, e' molto difficile limitare cio' che per logica nasce dall'idea di aprire gli orizzonti, sviluppando sperimentazioni sincretiche.
Parlando poi in termini piu' pragmatici, mi sembra che la cultura del remix faccia gli interessi anche di molte multinazionali della IT. Chi detiene certi poteri economici oggi, in qualche modo segna dei processi evolutivi (purtroppo, o meno male in questo caso...); semmai i problemi spesso sono di tipo legale, ma qui tocchiamo altri ambiti di riflessione...
2. Io credo che il mezzo sia gia' diffuso, se parliamo del computer o di internet (ovviamente sempre riferendoci alle societa' occidentali). Naturalmente bisogna vedere _come_ questo viene usato. C'e' una bella differenza fra chi usa il computer e la rete per ottenere-fornire informazioni e chi per costruire nuovi territori di azione/sperimentazione. Forse per questo secondo punto, dovremo aspettare di piu'...Sicuramente i bisogni dell'audience determinano anche lo sviluppo o diffusione di nuovi mezzi e tecnologie. Aumentando la domanda di certi mezzi, si contribuisce a svilupparne di nuovi. Anche la' gli interessi economici giocano un grosso peso, ma pensiamo a quanti usavano il computer e internet dieci anni fa e a quanti ne fanno uso oggi. Il punto secondo me non e' tanto la diffusione, che avverra' sicuramente, ma i contenuti da proporre. Se il computer e la rete sono solo un sussidiario o un appendice di stampa e fotografia o televisione, saranno sempre mezzi deboli. La loro forza sta nel potenziare le loro caratteristiche intrinseche, qualcosa che ne' con stampa, televisione o fotografia si puo' ottenere/esperire.
3. Io non credo che il mondo dell'arte contemporanea non sia interessato a rappresentare la psicologia e la soggettivita' umana. Anzi, mi sembra che molti artisti cerchino di farlo. Se poi ci riescano...questo e' un altro punto! Attualmente mi sembra che non ci sia qualcosa di molto innovativo nell'ambito della new media art, forse bisognerebbe smettere di pensare ai grandi sistemi, come molti festival cercano di fare non riuscendo mai nel loro intento, e proporre temi piu' realisticamente raggiungibili, magari meno ambiziosi...Forse e' proprio allora che uscira' qualcosa di nuovo a livello contenutistico!
5. In realta', pur se ovviamente ridotto in piccola scala, mi sembra proprio che con la diffusione dei tools per l'auto-produzione di media la spaccatura fra "media amateurs" e "media professionals" si sia abbastanza suturata. Basta pensare alla diffusione delle videocamere e macchinette fotografiche digitali. Naturalmente i "media amateurs" spesso producono prodotti piu' per bisogni personali che per la collettivita'. Il problema e' sempre lo stesso, chi detiene il potere di diffusione dell'informazione e chi agisce per entrare in queste dinamiche cercando di trasformarle, anche dall'interno.
Il punto non e' la diffusione di tools sempre piu' sofisticati, ma come la gente li usa, per quale motivo e che contenuti vuole proporre attraverso di essi.

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Patrick Lichty

1. Actually, I don't think we live in a 'remix' culture, I liken it more to pastiche or collage, or even object-oriented culture. To remix is to take cultural elements and transform/repurpose them tot he point where the source referent is obscured, idsappears, or its signifying power is backgrounded to the point where the new 'author's intent overrides. This is actually tightly linked to issues of intellectual control/copyright...
In an object-oriented culture, the artist is more like a bricoleur/collage artist where elements of culutral and content and contextual 'code' are combbined and thend compiled for transmission throughout that culture. The material is then, ideally, available in the cultural databes, with the new components added by the artist, to be upgraded/reassembled/recompiled..
Therefore, I have few or no problems with an ethics of the remix as such, as the singularityof the artist as such as singular entitiy in light of a distributed, networked culture, is circumspect.
2. Actually, in the hands of the VJ, there are alrready real-time data visualization tools ready and in use through inexpensive packages, freeware, & open source. I also understand that many VJ packages are severly limited, but others have excellent potential for low-cost data visualization.
In addition, programs like VVVV, PD, Onadime, Keyworx, and even fairly accessible programming environments like Blitz3d, Java, Programming, and Python can allow users to c reat data visualizatin environments (2-or 3D) _fairly easily_ and at low cost.
3. This really depends on what we mean by being subjective. SOme of the award-winning fine media art seems to be very much about conveying a human moment/experience. David Crawford's SMS contains a great deal of frozen pathos in the way his programs access his stop-motion experices. Barney's Cremaster does not seem to be wholly formal, either. But I do agree that a lot of fine art does lack a subjective component at this time, and I consider this part of the era. This will come and go.
4. Probably towards the latter. Adoption of new technologies often spurs practitioners to explore their new potentials, and this becomes evident. My belief is that after a certain point in time that the 'syles' of the blob and other architectural forms will see some sense of integration.
5. The producer/consumer model really depends on the mode. If we look at Antin's model of video vs. television (grass roots/distribution vs. institutional transmission), I would say probably not, although the model might be changing. To consider this question, I think that one has to reevaluate the models of the producer and the consumer. Production is not merely about making the product; it is also about having the promotional and distribution methods/infrastructures to transmit the message-unit.
Can we say that the consumer will somehow get access to mass-market distribution channels mainly because they can make mass-market format media? Mostly not, for obvious reasons. However, can distributed media transmission models like Video IPods redefine transmission and distribution models? I don't know - maybe.
To ask which medium will arise next is difficult, and seems more of interest to marketers/manufacturers than consumers and grass-roots producers.
I think we can look at criteria for such a medium. There will have to be mass market saturation of technology. This is evident in terms of CD players, DVDs, VCR, IPOD, and so on. In short, there has to be a format and a platform that there can be a one-to-many model. For the grass-roots, there has to be some ease of use and ability to effortlessly get basic elements of high quality. Media artisanry is more of a cultural than a technical issue, and is beyond the scope of the question.
Lastly, and probably the most compelling, is the argument that there has to be content worth looking at, and making people aware of it. In an era in which there is exponential grwoth in media production, it's increasingly difficult to get media in front of eyes, so one has to be increasignly savvy. That might be the reason for tactical media, but that's another topis.

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Judson

1. there are no limits. never REALLY were. "authorship" an abstract idea like "borders". only now (the cilmination of time and trends gives us increasingly powerful microscope of investigation) it's getting too fuzzy to determine precisely. now it's pretty much pointless. which pisses people off since they "invested" in "authorship", either with money or effort. people selling and living on the value of rights, obviously will refuse to see the border is imaginary, since they fell for it. people are like that, they resist acknowledging when they fall for something, even after being shown proof.
2. all visual info is "information organizing". it's how the eye and brain work. there is no visual info that is comprehensible and not organized. otherwise, it either goes unnoticed or just looks like chaos. the odd thing is when artists think they organize it. they play a tiny (insignificant) role. it's the observer. but observation is generally used for linear media (broad definition). the info can be organized by non-linear and non-visual ways. non-linear can essentially be experience organization, rather then visual.
3. artists have traditionally been A deedply invested as in answer 1 and B not thinking of organization beyond sensory as in answer 2.
4. everything is a trend.
5. "professialalism" is a good thing. "exclusion" and "high art" do serve a possitive purpose. improving, being good at something, leads to streching the boundaries of what can be done with a medium. a program like Dreamweaver, that makes high-end web programming instantly accessible, also makes it less likely that web functions (such as CSS,JavaScript,PHP...) will be used for much more than what they have been for years.
modern art tends to encourage a DIY attitude. but shifting to be more conceptually dependant, it becomes an infinite tangle. the deeper you look, the less clarfified. rather than simply appreciating an object for the display of skill. while aesthetics may differ, most will agrere the michaelangelo displayed created awe-inspiring displays of skill, while his concept was pretty much a trivial detail. in fact, her probably wasn't fully aware of the ideas, and many probably were projected long after his death. but that he loved to bang on a chisel all day and was good at it, was really all the "concept" necessary.
consumers often want the get-artistic-quick, fast-food scheme to short cut past acquiring skill (which may take years). Things like DVD burners but especially even the ubiquitous snap-shot like video, the innane blurbs listed in so mant blogs, are people wanting to say "i create" but aren't willing to spend time or attention to developing anything but the most superfluous relationship to the media. buying the end level tool that make them "pros". if they didn't actually care about the label, the beginner level technology (which is hardly even imaginable now, but can anyone still draw?) and patience to get through step 1 before jumping to step 10, would be the norm. but the trend is that many consumers want to describe themselves using superlatives, and this gives rise to the pseudo-techy "pro-am" tools, DIY made easy for everyone, desktops that are better equipt that hollywood editing suites 10 years ago.

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Wilfried Agricola de Cologne

1. The problem with these questions is - the terms used are not defined, so serious anwers are not possible or are not expected, at all. Question 1.) indicates "remix" would be a contemporary phenomenon. Really contemporary is just the word, but its actual meaning is the principle of a living culture.
The principle of "remixing" is used in art and culture since the beginning of human civilization, also as a kind of "survival" strategy. It is nothing special, but part of any creative process.
I would not know any artist who would allow any instance to limit his creativity or even determine the output of certain esthetics, besides probably human rights or dignity would be violated seriously.
2. This question indicates, as well, information visualization would be anything new, even a new development would have taken place during the past years.
Already at school the children learn, the visualization of information was always the principle of any type of visual art since the stone age and the beginning of human civilization, the media and tools may be different, but the principle is always the same, because it is about communication.
3. What is "the modern project"? What is "contemporary subjectivity"? And what is "fine art"? Anything art related is based on subjectivity, "fine art" (what ever this might be) is no exception, of course, and this is really no news!
I do not see, why the "new media" should suddenly offer more perspectives for more subjectivity in conptemporary art expression than they already do as art tools.
Different perspectives certainly than "old media".
4. I wonder how a "BLOB" can be an effect.
5. "The 1960s idea that new technologies will turn consumers into producers failed over and over again", because the consumers do not want to become producers.
The difference between both is very simple, as the position of interests is completely different, the producer is active progressively and the consumer is passive. Not any new tool will change anything principally on this situation.

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Shaun Wilson

1. Authoring the Digital Remix: Images Under Strain.
While it is clear that the idea of 'the remix' is not a recent invention or singular by-product of the Postmodern era and has, in fact, been represented in most facets of human communication for thousands of years, the symptoms of re-appropriation in a twenty-first century context has changed, and from this influenced, the dominance of the visual image throughout new media orientated practice. My short response hereafter addresses Manovich’s first question on ‘the remix’ as interpreted in context to the visual image and how this is both under threat by the digital process and, moreover, participant of an ethical implosion.
By the very nature of the digital, transference and manipulation of data occurs through linear appropriation imbedded through narrative structures - from 'A' to 'B', up and down, from here to there. To achieve a methodological process in creative fields, the establishment of images survives because of a remixing of a first image (the original) into a second image (the copy). We can see this when digital photographs are uploaded into a computer: the image becomes a copy of the original file stored from inside the cameras hardrive and transferred to its new location.
Archiving data, whether it be photographs, text or otherwise, is dependant on the process of copying. The problem that exists here rests on the image itself — under strain and, to what Australian art theorist Charles Green states as, 'under pressure'. Can it be that through the digital there are no original images and from this, what of the ethical dilemmas that attach themselves to a future of generational copies?
If the visual image is indeed under tension from the digital process, then any sense of ethical involvement has to address two factors: authorship and deliverance. The first must objectively generate mediation with the second and the latter faces a crisis of authorship through outputting the first. If we agree that the digital process creates a version of the original through the action of ‘remixing’ then one might argue that the authorship of the copy does not necessarily relate to the authorship of the original, it is a new authorship centred on the creation of a version of something else. Moreover, has the originality of an image been superseded by the digital remix? Evidence of this can be found in the manipulation of images through software such as Photoshop giving users the option of collating one image with another to form a third image, and so forth.
Hense, digital technology can no longer be seen as portable photocopiers in filing cabinets – moving, storing and transmitting data between file to file. The strain of the image has taken hold in such a way as to become part of a generational, and accepted, way of life (can a 16 year old imagine life without Mp3 players?) where this fundamental logic is intertwined with the process of the remix: an old dog with new tricks.
5. The Next Wave: Media consumption after the iPod.
In response to Manovich's question (5) regarding the future of media consumption after DVDs, Mp3 players and similar devices, my response will briefly examine the future of the iPod via the concept of a biological nano-media.
When Steve Jobs first announced the release of the iPod in 2001, it was unclear just how influential Mp3 technology would be on user-end consumer markets. Within five years, the (now) phenomenon has, literally, taken hold of and, in many respects, characterised a new generation to what I call the 'i-Gen'. This is not to say Apple Computers have single-handedly morphed a generation of people into creating a lifestyle from digitally exchanged and archived music. However, the ‘myth’ of the iPod located as a fashion accessory has driven market factors to seriously reconsider the broader capabilities of this particular technology with applications that far exceed its current boundaries.
The new all-in-one video-iPods are now well circulated amongst digital communities but these are just improvements, and small advances, on a fairly old technology with limited resources. Where could the hand held device evolve towards and how would this be different from its current usage? My prediction is that the future of nano technologies will bridge a symbiotic application merging the digital and the biological together and, in doing so, will extend the iPod from media gizmo to post-human receptor.
Image a world where you could download and consume music straight into your brain? Technology so advanced that the division between the digital and the body are blurred.
Plug yourself into an iPod and download antibiotics, or anti-aging nano-agents. Send robots into your body to rebuild hair follicles and limbs, cure acne and grow or repair internal organs, all from a wireless iPod connected to the bio-net (internet turned biological). This is where I see the future of media after the digital; reliant on the nano and its associated currencies that this will undoubtedly develop thereafter.
The major problem with a bio-nanonic iPod is the interjection between device and body. Would the body itself be genetically engineered with connecting ports - like a USB or FireWire - from which to plug such devices into? Could wireless become so advanced that the projection of nano-like robots penetrate the body through receptors, implanted as if some kind of small computer chip or even more advanced, a micro-sized internal port injected into the blood stream or tissue to circulate throughout the body indefinitely?
The ethical issues which surround such a venture are monumental. These far distant iPods could be used for measures of attack – from military to terrorism, scientific exploitation, torture or coercive interference, marketing, advertising, communication and fashion.
The future of media – an ‘after-digital’ regime – is surely in development yet throughout the next decade, advancements and investment into nano applications could bare witness to the next generation of human evolution and consumption where people are not only genetically altered but inter-connected, as if some borg-like structure, with one another. What is next for new media consumption? – the collective post-human.

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Nadja Kutz

1. remixing is part of any culture - in particular it is not a new phenomena.
cultures perpetually used old styles, patterns, constructions, images, etc. - may be modified them - and mixed them with something new. so why people want to call our culture a remix culture? this is because not the "remixing" itself is important but that the fact that it became EASIER to remix "modules".
And these "modules" tend to get more and more COMPLEX in terms of information content. So there is still the old "small" (in terms of information content) remixing. This concerns e.g. the aforementioned images, texts etc. Due to information technology this kind of remix is NOW faster or EASIER. However NEW are the remixes of complex modules, like computer programs or even remixes of animals and plants.
In particular these kind of remixes indicate rather a tendency for integration rather then disaggregation in culture. Or lets say in short: the samples for a remix could get more and more intricate. And there are fewer and fewer incompatible different species.
Cultural entropy is rather going down than up, also if everything looks very hectic and colourful. this points also in a direction where problems arise: a complex module has may be been part of an even more complex piece, there may be an important CONTEXT.
On the "small" module level this can be observed e.g. in an example, where citations of a politician are mixed with other citations, so that the original meaning is lost or false, because the context is wrong. If you e.g. mix more complex modules (like importing rabbits to Australia) with an ecosystem then the result may be dramatic.
Concluding: Remixing involves the question of control, in particular over important context. the more complex your modules are getting the less control you may have over them - inside them and in context. And the more complex the interfaces may need to be.(i look at interfaces here as "hookups" for modules). this gives limitations to mixing - in terms of control and interoperability. surely there should be ethics for remixing, but i feel unable to make a short comment on that. On a human practical side its often VERY clear, what's very unethical. Like its unethical to lie, to mix things together in order to distort truth, impair other peoples lifes etc. but in general its a complicated issue.
2. information visualiation became popular because its important and there is need for it. and again information visualiation is no new thing in itself, it just became EASIER with computers. ask any mathematician how many visual representations are there for example for an elliptic curve - some mathematicians write down a polynomial equations, some a polygon, some draw loops. There was ever a strife to find better ways to access information - especially abstract information and this will continue. And the more "unprofessionals" (whatever this means...) need to use abstract modules the more they will need different and good visual representations. and this extends also to other sensory (organoleptic) representations.
So as a tool it can be USED by everybody, depending on the application in mind. The production of information visualiation tools will probably rather stay with the specialists.
3. People are still very exitited about their new tech toys and this is important. We are at a very unique point in human history. its the first time in manhood that we produce things which think for us, that we leave the earth etc. this is overwhelming. and so yes it is understandable that this tech hype may be covers sometimes a bit the fact that there are very subjective and sensitive works.
4. Its certainly also a bit this exitement over the new tech toys. however it seems that in general humans love blobs, just look at the famous cupolas in the history of architecture, at intricate vaults (i recommend the Albrechtsburg in Meissen), Igloos, tents etc. may be blobs remind us of the uterus. but i wont go as far as saying that blobs appear because humans leave the uterus for breeding....:-)
5. this is more a question of economic constraints than of professionality. If you have to work until you drop dead (happened recently in China) you dont have much time and power for culture anymore. and you can only be a consumer if you can afford the tech stuff. however there is also high culture without tech toys. another example about the issue of professionality is from the current vivid club scene here in berlin (which has a lot to do with low rents!): my neighbour is a car mechanic. In his free time he mixes vinyl records for his dub music, gets the mixes pressed in london and again mixes them in clubs, where people pay entry for dancing to his beats. is he an amateur or a professional? next hype in media consumption will be 3D displays and more wearable computing stuff, like 3D headmounted displays.

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Massimo Torrigiani

1. La cultura della libera appropriazione dell'arte è già limitata abbastanza dalla sopravvivenza dell'idea romantica, individualista e borghese dell'artista, di quello che fa e della sua funzione sociale, per voler porre dei limiti a una delle poche culture, quella del remix e della post-produzione, che la stanno candidamente scardinando (alle volte senza neanche rendersene conto).
2. Dipende dalle menti che vi si applicheranno e dalla capacià che avranno di intaccare i media e di rendere indispensabili le loro idee.
3. Bisognerebbe incominciare a fare riviste di blog e cose simili. Qualcuno si dovrebbe prendere la fatica e la responabilità di organizzare fisicamente, formalmente e concettualmente tutta l'autorappresentazione psicologica, patologica e parapsicologica che sta circolando in rete per produrre un linguaggio nuovo. Non dimentichiamo che il cinema è coetaneo della psicologia e che la psicologia è la morte della psiche. E che la letteratura è un gran rompimento di coglioni. Vogliamo che i media digitali diventino la stessa cosa per eccesso di analisi e di zelo. Da parte mia preferisco che restino come il telefono. Vivi.
5. I consumatori restano produttori solo in quanto scelgono, ma ancora non modificano. Sono i criteri di scelta a dover cambiare e per quello temo che si debba andare a finire ancora una volta a parlare di scuola, di educazione e di politica. Cose che pochi cosiddetti creativi, me compreso, sembrano aver voglia di fare sul serio. Per quanto riguarda gli strumenti per il consumo, i lettori MP3 sono semplicemente dei walkman evoluti, in realtà tranne che per chi vuole occuparsi di nuove tecnologie e per chi produce quegli affari non sta cambiando granchè, nè a livello antropologico nè a livello parapsicologico. Tutta questa avidità di avere musica film immagini ci sta rendendo solo più ridicoli e coglioni.

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Francesca Colasante

1. No, non è giusto. Ogni cultura rielabora creativamente gli strumenti di partenza, è una questione di metodo. Se poi oggi descriviamo il fenomeno usando il termine remix, o postproduzione, credo sia dovuto all’influenza del mercato. Sono disponibili strumenti che permettono il trattamento dei dati, il missaggio, a costi (relativamente) contenuti e in maniera distribuita. Da qui la critica generalista di appiattimento degli stili. Ma è il modo in cui si utilizzano gli strumenti linguistici a disposizione, primo tra tutti il famoso copia/incolla, e non il codice dell’espressione a fare la differenza tra la ricerca e l’utilizzo ludico e spensierato. Risolta la questione della qualità, resta aperta quella degli orizzonti della cultura.
2. Chiunque abbia un reddito medio e una minima dimestichezza col mezzo usa tutti i giorni sistemi di rappresentazione visiva delle informazioni, dai motori di ricerca agli odiosi data base tipo excel e così via, così come ha una macchina fotografica. Sempre più spesso la macchina è digitale perché è meno costoso editare le foto, che in molti già postano sul proprio blog. Sistemi di visualizzazione delle informazioni diffusi, ibridati. Se invece parliamo di ricerca e sviluppo tecnologico, ci saranno sempre i professionisti, che siano smanettoni o impiegati, che facciano calcoli con gli 0 e gli 1 piuttosto che con variabili quali tempo/diaframma, luce…
3. Non sono d’accordo con la seconda parte della premessa, mi sembra che il mondo dell’arte contemporanea continui ad interessarsi anche della soggettività umana. Riguardo invece lo specifico della domanda, diversi sono gli strumenti a disposizione e gli esiti possibili, ad esempio il gioco.
Negli spazi condivisi il soggetto si definisce in base al contesto e all’interazione, dove interessante è l’incontro dei linguaggi o panorami culturali di riferimento.
4. Credo sia più utile ragionare in termini di sistema.
5. Mi sembra vero piuttosto il contrario, cioè che la tendenza sia quella di accorciare le distanze tra le categorie dei professionisti e degli amatori. I giornalisti sempre più spesso lavorano senza troupe e con una telecamera portatile. Si è già detto del boom dei blog, si possono scaricare gratis strumenti per lo streaming audio/video on line… Il consumatore, se vuole, non incontra grosse difficoltà nell’essere anche produttore.
Lo stato delle cose è cambiato. La differenza è la rete, il canale di distribuzione e non la diffusione di nuovi supporti per la registrazione di dati. Le potenzialità di una tecnologia come il peer to peer superano la loro funzione d’uso e investono la ridefinizione di un nuovo modello di socialità.

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Luigi Sauro

1. Non penso che esista una cultura del “remix” così come non penso che esista un cultura “elettronica” o meglio una cultura “digitale”. Il remix è una tecnica di espressione, come può essere ready made o l’ action painting, che di per se non costituisce un movimento culturale nella sua totalità ma uno strumento che una corrente culturale può usare per esplicitarsi. Come tale, una tecnica di espressione può nascere in seno ad una data corrente culturale ed assurgere a carattere distintivo. Ciò comunque è del tutto accidentale ed in genere accade solo in una fase iniziale e transitoria, giacché mai per principio una tecnica di espressione è indissolubilmente legata ad una particolare corrente culturale.
Per quanto detto la sola eventualità di proporre una discussione di carattere etico rispetto a una tecnica o procedura di espressione culturale sembrerebbe al di fuori di qualsiasi categoria di senso. La sola perplessità sorge dal fatto che il remix espressamente riusa, ed in parte rimanda la propria forza espressiva, ad una o più opere precedenti. Questa caratteristica, si noti, differenzia per quanto ci concerne il remix dal citato ready made, giacché nel ready made un oggetto, compiuto nella sua funzionalità, è assunto ad opera per volontà individuale dell’artista. Nel caso del remix, invece, la “materia prima” non solo è già compiuta ma anche già di per se una opera. La questione quindi potrebbe essere posta in soldoni come segue: quando un remix è una copia, seppur camuffata, priva di dignità e interesse autonoma?
Per rispondere a tale domanda occorre analizzare cosa sia un remix. Non tenterò qui di fornire una ontologia applicata per la nozione di remix. Mi limiterò a indicare due possibili chiavi interpretative da cui è possibile trarre qualche indizio di risposta. La prima di esse si ricollega alla linguistica generativista e in particolare al concetto di livelli strutturali. In breve, una frase è costituita secondo tale prospettiva da due livelli strutturali: una struttura profonda la quale costituisce, dal punto di vista semantico, ciò che informalmente chiamiamo il “senso” della frase e una struttura superficiale che determina l’espressione linguistica e, in alcuni casi, raffina i connotati semantici. Così, per fare un esempio molto semplice, le frasi “Carlo mangia la mela” e “La mela è mangiata da Carlo” hanno la stessa struttura profonda ma differiscono nella struttura superficiale giacché la prima frase è posta in forma attiva mentre la seconda in forma passiva.
La nozione di livelli strutturali può essere applicata, almeno come metafora, ad altre forme di espressione, in particolare la musica dove la cultura del remix è quanto mai fiorente. Così un brano musicale può essere visto come costituito da una struttura profonda, i pattern che maggiormente lo caratterizzano dal punto di vista armonico, melodico o ritmico, e da una struttura superficiale che il più delle volte costituisce le caratterizzazioni di genere. La cultura del remix sembra fondarsi proprio su questa dualità mantenendo la struttura profonda e riadattando la struttura superficiale ad un genere diverso.
Il problema di stabilire secondo questa chiave interpretativa cosa sia una copia e cosa invece sia una rielaborazione dipende quindi in primo luogo dal contesto e dalla funzione di un opera. Se la funzione è preminentemente di tipo informativo, allora la struttura profonda, ossia il senso, di una espressione è l’aspetto predominante e quindi ciò che riproduce la struttura profonda di un’opera o atto espressivo è da considerarsi una copia dell’originale. Ma nel caso di opere letterarie, artistiche o musicali la struttura superficiale costituisce più di un “fattore correttivo” e connota, al pari della struttura profonda, l’opera stessa e il suo qualia (provate a modificar la struttura superficiale di una poesia ad esempio, potreste dire di aver ottenuto una poesia simile all’originale?).
Una seconda chiave interpretativa pone il remix in analogia con i processi evolutivi biologici. In tal senso il remix non sembra corrispondere un fenomeno di mutazione di un carattere ontogenetico, mi sembra che questo possa essere ben rapportato al percorso produttivo di un artista, o di un genere artistico, in cui ogni opera nasce da una mutazione di un carattere generativo dell’opera precedente. Al contrario, il remix può essere visto come una processo di crossing-over che mantiene alcuni caratteri dominanti.
Si tenga presente che l’analogia calza solo fino ad un certo punto giacché nei processi biologici il crossing-over avviene fra i geni di due individui, nel remix il crossing-over avviene di norma fra un opera ed un genere. In analogia con i processi biologici in cui è necessaria una certa variabilità affinché la specie non si indebolisca, anche il remix può mantenersi fiorente solo se è sostenuto da un buon livello di produzione culturale da cui attingere. In caso contrario le soluzioni espressive si ricalcano affievolendosi fino a raggiungere in cui non si apporta nessun valore autonomo rispetto all’opera originale. In ultima analisi il remix è efficace, originale e ha dignità autonoma proprio nei momenti di fervore culturale maggiore in caso contrario tende al mero manierismo.

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Miltos Manetas

1. No limits. Everything that can mix should be free to mix, including the credits of the different pieces. Of course, some credits, following a Darwinian path will survive more than others and this maybe still a bit upsetting for producers of content because we are still used to think of our creative accomplishments as "our work" but that is a superstition and it will have to change soon: Art and ideas are just another rather robotic type of life and there are not the personal responsibilities neither the merits of whoever contribute to it. Even more, what appears to be a merrit (example: "Da Vinci was a Genius" ), is merely a function of that robotic life, a configuration. There has never been a "Leonardo Da Vinci", we build him up during the past centuries from the bits and pieces of his possibility and we continue building him. A Creator, is on itself a work in progress and he really doesn't have any intellectual property rights, he has just the right to use the work of anybody else in any way he/she feels productive and proper.
2. We can't predict how much that will grow, humanity doesn't always choose to actually use it's options. Our cities look still pretty unfuturistic and our computers are still some heavy boxes with buttons that we have to press. But of course the computer has already changed everything in terms of image making. And in terms or art making, it simply cancelled the "professionals".
Anybody with a computer is today a Contemporary Artist. In fact, Museums and galleries all around the World are ready to pay to any random creator a fee in order of using not his artwork but his image. The professional Artworld is not searching for artistic objects but is in search or artistic human cases. Recognition of an artist, means today exactly that: one is recognized for the fact that he/she is "recognized", that he/she become in some way, visible. No matter how, with beautiful art, originality, copying or scandal, artistic success is today a matter of statistics, something like the Green Card Lottery in the USA that every year accepts a number of people from different Nations as US citizens.
3. Actually, fine art, while it doesn't seam to be concerned with "portraiture", it is doing exactly this job and exactly because nobody seams to notice, it affects the future more drastically than cinema and literature. Fine art is visual terrorism, like radical Muslim Sleepers, a few fine artists seam to conform perfectly with the different Society of the Spectacle scenario but in the right occasion they explode in pieces and take down with them the pathetic Towers of visual culture.
4. I have no idea.
5. I believe that today "Every Man with a Computer is an Artist". I don't know what will happen in the future- there is not a single future anyway but a multiplicity of futures where everything that is possible owns to happen.
Instead of predictions, I suggest that we project the kind of Universe we want to participate in the near future, say in the next 10 years. My desire is that ten years after from now, the Internet is everywhere without the need to connect to it: Everybody should be able to be connected anytime he wishes from anywhere and our data should be online and not on our hardware.

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Cornelia Sollfrank

1. There are no limits.
Remixing is either conceptually intersting or in terms of the result.
Most remixing is driven by the resuls, i.e. people want to create something special and use whatever they want to use for it. For me it is more conceptually relevant, because it raises the question of authorship and orginalitly which are still the most powerful myths in the arts. These myths are based on an understanding of art which goes back to the 19th century. What we need today is a new conception of art which makes best use of the potential of digital, networked media, similar to the networked practice which is common in the development of free software. But there are strong forces which try to hinder such a development i.e. the commercial interests behind the art market and the idea of copyright which is mostly relevant for collecting societies. the only ethics which i would suggest for remixing is that you should share what you have taken from others and reworked.
2. That's hard to tell, because I see two camps: the visualisations camp and the "purist" camp which tries to keep things as simple as possible, which means as close as possible to the code. Probably the ladder wont be as popular as the first, because it is more abstract. but visualisation - like all kind of representaion - contains the potential for alienation and manipulation.
3. I am not sure if I agree with the assumptions above.
A. Even cinema and literature are based on the principles which are behind new media. What used to be post-modernist theory in the 60s has become everyday practice today through the wide spread of new media.
B. And art certainly still claims to continue the modern project; if it is successful doing so is a different question.
The representation of contemporary subjectivity is happening constantly all over. the point might be that what calls itself "contemporary art" did not realize that yet and is still operating in a way which best could be called "nostalgic".
4. I do not know enough about blobs to seriouisly answer that question, and I generally refuse to make predictions for the future. I am not an evangelist - in no way.
5. This question only has to do with media marginally. If a person is a producer or a consumer - and what kind of producer and consumer - is a question of how you identify yourself in society, what your attitude is towards the capitalist logic. One thing is for sure: Without critical thinking, without courage for initial activity there can be NO self-empowerment, no matter what tools are at your hands.

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Andrea Benedetti

1. La parola ‘remix’ è relativamente nuova, ma il concetto è molto vecchio. La manipolazione di materiali e di concetti, che in alcuni casi possiamo chiamare anche arte, è una pratica antica alla base dell’evoluzione culturale umana. Per cui i soli limiti applicabili dovrebbero essere di natura pratica o legale (copyright, contratti, ecc.) fra le parti, se necessario e se richiesto. In ogni caso la creatività in questo ambito dovrebbe rimanere la più libera possibile. Credo infatti che il ‘remix’ sia una splendida opportunità di collaborazione fra artisti il cui processo creativo è divenuto, grazie al progresso tecnologico, sempre più solitario e meno di gruppo che in passato.
2. E’ indubbio che riceviamo sempre più informazioni, ma è anche vero che la loro massiccia diffusione risponde spesso ad esigenze commerciali, a volte trasversali, più che alla necessità di informare. L’informazione è a volte realizzata per ‘riempire’ oggetti di design (cellulari, palmari, laptop, mp3 e cd player, ecc.) senza cui il loro scopo sarebbe limitato e quindi poco appetibile. Il problema quindi non è se sia giusto continuare a lavorare sulla visualizzazione dell’informazione (che comunque diverrà una ricerca sempre più approfondita e capillare), ma è quello di non mettere mai l’informazione stessa in secondo piano rispetto a come farla fruire.
3. L’arte è, o un segnale di comunicazione estrema, desolata o vitale che sia, o l’affermazione del sé in maniera spesso egocentrica. Nel primo caso sicuramente psicologia e soggettività sono un elemento ancora importante. Nel secondo evidentemente no. In ogni caso i media digitali, con la loro immediatezza e semplicità, sono uno strumento importante per la creazione di nuove ‘opere’. Forse la fotografia, e la sua eventuale elaborazione, è l’espressione artistica che a mio parere riuscirebbe meglio a cogliere tutte le sfumature della/e nostra/e soggettività.
5. Non sono d’accordo. La capacità di editare un brano musicale od un video è ormai sempre più diffusa aiutata da software e macchine sempre più semplici. Questo non significa necessariamente arte, ma l’incredibile crescita di auto-produzione musicale e cinematografica è indubbiamente un segnale di grande interesse e voglia di esprimersi.
Di contro, l’eccessiva non-materialità di quello che per decenni è stato il ‘prodotto’ finale (vinile, cd, nastro, dvd che sia), ha portato alla situazione odierna che è di grande confusione, sensoriale e culturale. Il consumo dei media diverrà sempre più frammentario e occasionale. Tutto potrà essere rieditato, remixato, decodificato. Secondo me l’uomo non è in grado di gestire in tempi così rapidi un così profondo cambiamento percettivo per cui la reazione principale sarà, da una parte di sempre maggiore distacco, dall’altra un sempre maggiore bisogno di continue novità. L’informazione in senso lato è la droga del futuro.

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Marcello Bellan

1. Non credo in realtà che la nostra sia la cultura del remix, non è una categoria che rappresenta la fase di globalizzazione selvaggia in cui viviamo. Piuttosto credo funzioni meglio quella di "post-produzione" o, meglio ancora, di decostruzione. Siamo usciti infatti dal periodo euforico in cui il montaggio poteva essere descritto prendendo a modello ciò che in musica è il remix; oggi sia nell'arte contemporanea più interessante che nella creatività digitale il lavoro funziona come montaggio che interviene sui frammenti a partire da uno scavo approfondito e da una ricontestualizzazione per cosi dire "critica". E' come se dalla fase euforica - anche nei confronti della tecnologia - si sia passati ad una fase meditativa e critica appunto; per continuare con l'immagine del remix e passare alla seconda parte della domanda, direi porre dei limiti al fare è sempre un errore, dopodichè io scelgo e giudico, chi non è dentro ai miei parametri lo s
arà in quelli di altri.
2. L'allargamento dell'alfabetizzazione digitale è costante e inarrestabile fortunatamente. E' inevitabile però che quanto più il limite inclusivo si sposta in direzione democratica tanto più si sposta quello tra cultura e scimmiottamento, o kitsch culturale per riprendere un'espressione di Marco Belpoliti. Questo significa che la padronanza dei mezzi tecnici digitali non produce necessariamente idee nuove o quantomeno potenti, anzi di solito avviene il contrario. Il superamento del digital divide sia interno ai paesi industrializzati che in senso globale è una battaglia sensata se mira a fare in modo che tutti abbiano accesso alle informazioni ma non si racconti che avere la banda larga e un pc rende concorrenziale un paese del terzo mondo con gli USA.
3. L'arte contemporanea nasce, con le avanguardie storiche, proprio come manifesto di disseminazione della soggettività risultato di due mila anni di storia e continua la propria missione guastatrice rispetto ai temi cari all'umanesimo occidentale. Ciò non significa che il cinema e la letteratura non siano percorsi da correnti e personaggi che lavorano all'erosione della soggettività autocentrata e alla produzione di rappresentazioni post - dis - umane: Cronenberg, Ferrara, Tran Han Hung, Tsukamoto..e nella letteratura Don De Lillo, Wallace, Houllebeck...certo cinema e letterature continuano ad essere grandi narrazioni e in questo loro statuto cercano di proiettare una rappresentazione dell'uomo, i media digitali in sè stessi non producono rappresentazioni dell'uomo, a meno chè non vengano usati dal cinema, dalla scrittura e dall'arte affinchè lo facciano...e fortunatamente succede spesso.
4. Più che altro la pratica di blobbare è un effetto culturale della società post fordista in cui viviamo. Nel flusso delle informazioni che tende ad essere un chiacchericcio indistinto, privo di notazioni ma stracarico di informazioni piatte, didascaliche, qualsiasi atto che si distacca (o che viene interpretato come "a sè", decisivo) diventa di per sè una notizia. Non è un mistero daltronde che il valore delle informazioni oggi sia dato dal numero di citazioni o riprese di cui vengono fatte oggetto.
5. Il gap tra utilizzo professionale e consumo dei media resterà sempre ampio e non è affatto destinato a colmarsi. Questo vale soprattutto per gli utilizzi spendibili nel mercato del lavoro globale; l'arte contemporanea rimane fortunatamente al di fuori del binomio high tech/low tech. Basta notare come l'utilizzo di media come la camera digitale e il montaggio fatto in chiave soft e anti- spettacolare da uno come Carlos Amorales, o ancora da Mark Leckey, o anche da Daniel Pflumm consenta la reinvenzione degli stessi, il recupero creativo di tecnologie obsolete contraddicendo in pieno la legge progressiva dello sviluppo tecnologico senza scarti...certo questa libertà appartiene agli artisti appunto, non ai normali consumatori che anche con i lettori mp3 e i masterizzatori dvd non cambieranno il proprio status...anzi un meccasismo come quello della playslist dell'ipod non fa altro che diminuire la facoltà di scelta nella riproduzione dei brani...equilibrando cosìl'"eccesso" di libertà concesso nel download...

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Tiziana Terranova

5. The 5th is the challenging question: will this acentred and open communication infrastructure end up reproducing the modernist schism not only between producers and consumersbut also between masses and elites and masses and the avant-garde? Once again?
In this sense we might argue that the division between professionals and amateurs does not exhaust the range of infra-technical distinctions and schisms brought about by new communication technologies.
Even mediaamateurs can in their turn be considered a minority when compared with the masses reached by commercial cultures, and especially the mass medium of television. On the other hand, we can no longer assume that use of new media is limited only to those with very specific technical knowledges (although obviously new media rely on professional work to function and innovate). New media seem not so much to reproduce a neat division between professionals and amateurs as a continuous micro-segmentation of technical knowledges on a large spectrum scale. As the last part of the question suggests, MP3 players, DVD recorders, CD burners, and mobile new generation telephony have 'massified' the use of new media in ways which have spread some of its most disruptive dynamics to the world of consumption (especially in relation to property rights). Is it possible that beyond the distinctions and cuts engendered by diverse levels of technical competence, the future of new media will depend also on this mass milieu which selects, supports, spreads and amplifies innovation?

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Marcella Daniele

1. Il concetto di remix, se considerato nel giusto livello di astrazione, è insito nella natura del digitale. Nel campo discreto i limiti sono tangibili ed è ragionevole assumere che, tra le possibili combinazioni numeriche fisicamente rappresentabili, sequenze analoghe vengano a riproporsi, seppur rimescolate, invertite, riadattate. Credo che il limite sia quindi legato unicamente all'etica, che peraltro è soggettiva.
2. Gli strumenti digitali (lo dice la parola stessa) si pongono come mezzi per raggiungere un fine. Se il fine è una realizzazione artistica, è certo che vi possa essere una naturale applicazione. Credo si possa parlare di canale di comunicazione, di espressione, di traduzione da logico a fisico, in sintesi di un linguaggio, e in questo contesto l'evoluzione è inarrestabile, come in tutte le più grandi rivoluzioni. Vorrebbe dire porre un limite alla curiosità e alla sete di conoscenza.
Tuttavia è indubbio che ogni strumento sia un filtro, qualsiasi sia la sua natura, ed ogni persona può e deve essere capace di fare una scelta, di preferire un'alternativa ad un'altra, ma il poter scegliere deriva in maniera radicale dalla conoscenza e dalla padronanza della materia. Credo che siano proprio i professionisti del digitale, con riferimento a coloro che progettano e sviluppano il software o hardware che sia, a dover costruire soluzioni modellate sulla più ampia fetta di utenza, piuttosto personalizzate in varie forme, che siano inderogabilmente accessibili, questo è il prerequisito per la diffusione del fenomeno.
3. La capacità di rappresentazione è dell'essere umano, non certo del media in quanto tale.
5. Non sono in grado di trovare una risposta del tutto esaustiva a questa domanda, posso solo dire che è l'esperienza a fare la differenza.

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Stavros Bouras

1. i have the sensation that Humanity has always been living in terms of "remixing" .I think that the ethics of remixing is in a way aesthetics.I mean there can be no "law" (physical or technical) for something like that because the criterion for that is something personal. What is important with "remixing" is not what the parts of the remix are but why the remix is happening.But the most important in my opinion is that you mix , lets say , 2 different things together and in this way what do you get??? a completely new thing?? no. You get evolution, because this is what it is all about, everything changes and in this process we humans have the oportunity to understand that what separates us is the very same thing that connects us. (my answer is kind of abstract, i hope you understand).
2.
dont have to say much about it , i have the feeling that it will be widely
used by non proffetionals also (when that is going to happen there will be
something else that proffetionals will use as a type:)
3. i think that fine art has to do with subconciousness, i mean it may appear as if it doesnt concern it the matter of human psychology and subjectivity but actually it has a lot to do with that.How can we use new media to represent contemporary subjectivity in new ways? i think this is not a technical issue. I think it has to do with the way every each one of us approaches those matters. The technical matter should be the result , not the purpose. In a way i dont think that we need to do something like that, i think it will happen in terms of inspiration.
5. well i think we are addicted in visualisation (which is in a way not good in my opinion). So i think the next stage is going to be something really futuristic .Hologramms perhaps.
i dont know i f the situation you refer to is ever going to change but i think not.Nature is very wise into preserving things that are in contrast
(proffesionals-amateurs for example).

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